| Consultation: | 14.11.2026: Delegiertenversammlung Arth (SZ) | Assemblée des délégué·es à Arth (SZ) | Assemblea de* delegat* Arth (Arth) |
|---|---|
| Proposer: | JUSO Schweiz (decided on: 11/14/2026) |
| Status: | Screened |
| Submitted: | 11/14/2026, 15:19 |
A2-IT: Riarmo e austerità
Motion text
Riarmo e austerità
Ci troviamo in un'epoca di crescente militarismo e di politica di austerità
scatenata. Il mondo intero si sta riarmando massicciamente, così come la
Svizzera. Ci sono guerre ovunque nel mondo e interi popoli vengono cancellati.
Ma tutto questo non accade a causa di „tensioni geopolitiche“: è una conseguenza
molto diretta del nostro sistema capitalista. Un sistema che, permanentemente in
modalità di crisi, arriva ai propri limiti e collassa, un sistema che al momento
viene tenuto insieme con austerità e riarmo. I profitti dell’industria degli
armamenti vengono pagati con uno sfruttamento massiccio e migliaia di vite
umane. Gli Stati hanno bisogno di eserciti enormi per imporre a livello
internazionale gli interessi del proprio capitale e per impedire all'interno
qualsiasi rovesciamento. Al tempo stesso con l'austerità la popolazione viene
precarizzata e spinta nella dipendenza dal mercato. In questo documento vogliamo
dapprima analizzare l'imperativo del riarmo e quello del risparmio e presentare
poi le nostre soluzioni.
Crisi del capitalismo
Il capitalismo infuria in modo sempre più percepibile e visibile. Crisi
climatica, costi della vita crescenti a fronte di salari bassi, crisi del lavoro
di cura e molto altro. Queste crisi sono conseguenze logiche del capitalismo. Lo
sfruttamento del pianeta, la crescita obbligata a fronte di risorse limitate
sono la causa diretta della crisi climatica e della biodiversità. Salari bassi e
costo della vita crescente sono la conseguenza diretta dell'ottimizzazione del
profitto. E nonostante questo massiccio sfruttamento dell'essere umano e del
pianeta, il capitalismo sta raggiungendo i propri limiti. L'economia ristagna e
l'imperativo del profitto del capitalismo è sempre più difficile da soddisfare.
Per sfruttare ancora più intensamente l'essere umano e il pianeta, servono nuovi
mezzi. I capitalisti hanno a tal fine due soluzioni tra loro collegate:
Riarmo mondiale e propaganda di guerra
Ovunque nel mondo infuria la guerra. Il motivo è semplice. Con la guerra si può
guadagnare molto bene. Su scala globale essa è negativa per l'economia nel suo
complesso, ma per gli interessi a breve termine dei capitalisti la guerra
racchiude da un lato enormi possibilità di profitto, dall'altro è indispensabile
per il mantenimento delle supremazie nazionali nei confronti di altri Paesi.
Inoltre, un grande esercito è necessario per i capitalisti per conservare il
sistema e, in caso di bisogno, impedire con la violenza rivoluzioni e
rovesciamenti. Le scuse dei potenti per questo bellicismo sono al riguardo
molteplici: oggi vengono messi in primo piano per lo più argomenti da guerra
culturale. Si va da scenari di minaccia gonfiati all'inversione carnefice-
vittima, fino ai complessi del salvatore. Una propaganda di guerra orchestrata
con grande spesa è fondamentale affinché la militarizzazione venga approvata
dalla popolazione. In Svizzera il Dipartimento della difesa DDPS ha circa 105
posti a tempo pieno solo per la diffusione di propaganda bellica e militare. La
cosiddetta difesa spirituale del Paese viene nuovamente potenziata, ma non sono
solo gli Stati borghesi ad addestrare la propria popolazione alla guerra. Ci
troviamo in un'epoca di autoritarismo e di furia distruttrice. La guerra
culturale della destra ha dato i suoi frutti in ampie parti della popolazione.
Il progresso sociale viene denigrato come „ideologia gender“. La rapida
diffusione della manosfera e, nel complesso, le immagini conservatrici della
donna e della società sono un elemento importante per il militarismo. Esse
cementano modelli tossici di mascolinità egemonica, nei quali il dominio e
l'esercizio della violenza sono legittimi e centrali. Sempre più giovani uomini
arrivano alla scuola reclute già con idee incel, e proprio lì l'ipermascolinità
viene ulteriormente rafforzata. L'antifemminismo è inoltre una droga d'ingresso
verso le ideologie di estrema destra. Presso queste ultime la „difesa della
patria“ è naturalmente il dovere di ogni „uomo forte“. La conseguenza è una
crescente accettazione del militarismo e con essa anche la disponibilità a
uccidere e morire per una nazione o, per meglio dire, per i profitti di pochi.
Piani di riarmo:
Il mondo si sta riarmando massicciamente. L'UE pianifica con ReArm Europe un
riarmo da 800 miliardi di euro, gli USA, secondo Trump, dovrebbero spendere
1’500 miliardi di dollari USA per il loro „Departement of War“, la Russia si
trova in un'economia di guerra e la Cina aumenta progressivamente il proprio
budget militare. Le cifre al riguardo danno le vertigini. Dal 1998 le spese
globali sono raddoppiate a oltre 2’500 miliardi, e negli ultimi anni le spese
sono esplose.
Anche in Svizzera è arrivato l'imperativo del riarmo. Il Consiglio federale
prevede così di spendere per l'esercito fino a 29,8 miliardi nel periodo 2025-
28. L'obiettivo è spendere ogni anno più dell'1% del PIL per l'esercito. Questo
a causa della pressione dovuta al fatto che altri Paesi investono molto di più
nel proprio esercito in rapporto al PIL. Eppure, l'esercito svizzero è già oggi
illegalmente grande. Secondo l'ordinanza sull'organizzazione dell'esercito
l'effettivo reale non può superare le 140'000 persone soggette all'obbligo di
servizio militare, ma nel 2026 sono oltre 147'000. Al tempo stesso la
popolazione viene sempre più militarizzata, il servizio civile viene indebolito,
con l'obiettivo di abolirlo del tutto, e lentamente ma costantemente anche le
donne devono essere integrate nell'esercito: il primo passo è già stato compiuto
con la giornata informativa obbligatoria. A ciò si aggiungono numerosi scandali
nelle nuove acquisizioni, da ultimo lo scandalo del prezzo fisso nell'acquisto
dei jet da combattimento F-35. Nel calcolo del budget militare vengono inoltre
commessi due grandi errori. Poiché la Svizzera ha un esercito di milizia, non
conteggia come soldo i costi salariali (indennità di perdita di guadagno) e i
costi assicurativi. Se si includono questi costi nel calcolo, la Svizzera spende
già oggi circa 8,75 miliardi per l'esercito, il che corrisponde a circa l'1% del
PIL. A ciò si aggiunge che la Svizzera presenta un PIL pro capite molto elevato:
se calcoliamo i costi pro capite, spendiamo quasi 1’000 franchi pro capite, più
di Germania, Francia o Polonia, che in Europa sono in testa per budget
dell'esercito.
Industria degli armamenti:
Questi importi astronomici affluiscono nelle tasche dell'industria degli
armamenti. Le quotazioni azionarie delle aziende degli armamenti schizzano alle
stelle. Dall'inizio della guerra d'aggressione della Russia contro l'Ucraina
l'azione Rheinmetall registra un più del 2000%. Il valore azionario
dell'israeliana Elbit Systems è più che quadruplicato dall'inizio del genocidio
in Palestina e anche i maggiori gruppi degli armamenti al mondo, statunitensi
(RTX, Lockheed Martin, Northrop Grumman), presentano tutti dall'inizio dell'anno
un aumento percentuale a due cifre nella fascia media. Questo enorme aumento di
valore è un risultato diretto dei piani di riarmo dei governi di tutto il mondo.
Poiché la domanda supera di molte volte la produzione attuale, le aziende degli
armamenti possono dettare i prezzi. A trarre profitto da questa situazione sono
i proprietari delle aziende degli armamenti, che possono incassare guadagni
enormi. Ma le quotazioni azionarie non rispecchiano i guadagni effettivi e tanto
meno la produzione effettiva. Così l'azione Rheinmetall vale ormai più
dell'azione VW, ma Rheinmetall impiega solo una frazione delle persone e il
fatturato di VW è più di 30 volte superiore. A lungo termine questo significa
però che il piccolo gruppo di capitalisti, per ragioni opportunistiche, sta
orientando l'economia di domani sulla produzione di armamenti.
Esportazioni di materiale bellico, bellicismo patriarcale e
il sangue sulle mani dell'industria degli armamenti
I piani di riarmo dei governi comprendono sempre anche la costruzione di
un'industria nazionale degli armamenti. Poiché però i moderni e altamente
complessi sistemi d'arma sono enormemente costosi da sviluppare, il mercato
interno spesso non basta, ragion per cui si devono sempre anche esportare armi.
Anche la Svizzera esporta diligentemente materiale bellico. L'anno scorso la
Seco ha autorizzato esportazioni di materiale bellico per un valore di 2,77
miliardi di franchi. L'industria svizzera degli armamenti è dominata da gruppi
esteri: dei 2,77 miliardi solo il 10% ricade su aziende svizzere. Tre quarti
delle esportazioni autorizzate ricadono su società affiliate di Rheinmetall.
L'anno scorso le esportazioni sono cresciute del 43%. Ciononostante, le regole
per l'esportazione devono ora essere drasticamente allentate, affinché anche
l'industria bellica svizzera possa approfittare ancora di più del boom del
riarmo. L'industria svizzera degli armamenti vuole una fetta della torta, e per
ottenerla è disposta a inviare armi in zone di guerra.
All'industria degli armamenti non importa dove finiscono le armi e quale uso ne
viene fatto. Le armi vengono prodotte per cancellare vite, ed è esattamente
questo che accade anche con le armi svizzere. Benché la Svizzera si richiami
spesso alla sua tradizione umanitaria, le armi svizzere finiscono ripetutamente
in zone di guerra e vengono utilizzate per violenze omicide. Così granate a mano
Ruag sono giunte per vie traverse all'IS, armi SIG Sauer in Yemen e blindati su
ruote Mowag alla milizia terroristica Boko Haram.[1],[2] Dall'attuazione del
controprogetto all'iniziativa di correzione esisterebbero sì prescrizioni chiare
per le esportazioni e la riesportazione, ma la maggioranza borghese vuole già
abolirle nel 2026. Non solo i profitti dell'industria degli armamenti, ma anche
la politica borghese di riarmo è sporca di sangue.
Politica di austerità
Gli imperativi di risparmio propagandati a gran voce dai borghesi in Svizzera e
in tutta Europa non sono un caso. Il presunto imperativo del riarmo o la
presunta crescita delle spese federali vengono utilizzati come scuse principali.
Con questa cosiddetta politica di austerità, i borghesi fingono di voler ridurre
il debito o di voler impedire un (ulteriore) indebitamento. Storicamente questo
mezzo non ha però mai adempiuto al proprio scopo, perché in realtà ci sono anche
altri obbiettivi.
I ricchi e i potenti impiegano infatti i programmi di austerità sempre nei
momenti di crisi del capitalismo. La paura di una popolazione che insorge e di
un incombente cambiamento sociale è profonda. Nel costante imperativo del
profitto del capitalismo, i rapporti di classe esistenti sono centrali. I
capitalisti dipendono dallo sfruttamento della classe lavoratrice. La predica
del duro lavoro e della parsimonia è parte della narrazione neoliberista e non
vale solo per le persone private, ma può essere trasferita molto facilmente alle
strutture statali. È esattamente questo che fanno i borghesi in tempi di crisi
climatica, guerra, salari stagnanti e costi della vita crescenti. La popolazione
ha le mani legate persino in una democrazia. Istituzioni finanziarie pubbliche
come la banca centrale orientano salari, potere d'acquisto e disoccupazione
attraverso la fissazione dei tassi d'interesse e misure di politica monetaria.
Il governo e il parlamento tagliano le spese pubbliche e al tempo stesso
approvano sempre nuovi regali fiscali per i ricchi e i loro grandi gruppi. Tutti
questi sono componenti centrali della politica di austerità, sotto la falsa
affermazione di „dover salvare“ l'economia.
Ma tutto questo non accade perché vi sia una necessità di questa politica di
risparmio, bensì per tenere al guinzaglio più corto i lavoratori e le
lavoratrici. Chi deve lavorare sempre di più e fatica ad arrivare a fine mese
non ha tempo per sviluppare pensieri politici su un futuro diverso, men che meno
per organizzarsi. A essere colpiti più duramente e più rapidamente dalle misure
di politica di austerità sono sempre i gruppi marginalizzati e precarizzati. Con
il cosiddetto pacchetto di sgravio 27, i fondi per la cooperazione
internazionale sono finiti pesantemente sotto tiro, così come i mezzi finanziari
per la protezione del clima. In entrambi i punti si tratta di questioni di
giustizia sociale: dal sovrasfruttamento delle persone nel cosiddetto Sud
globale e delle risorse naturali traggono profitto i più ricchi, che raggiungono
i loro elevati margini di profitto attraverso bassi costi di produzione. Al
tempo stesso sono persone precarizzate e spesso razzializzate, così come le
persone FLINTA, a essere colpite in misura sproporzionata dalla crisi climatica
e a stare sempre all'ultimo posto nella catena dello sfruttamento. I capitalisti
dipendono inoltre dal lavoro riproduttivo, per loro gratuito: in Svizzera le
donne prestano ogni anno lavoro di cura non retribuito per un valore di 322
miliardi di franchi. Tutto ciò è possibile solo grazie alle strutture
patriarcali della nostra società. Di conseguenza non stupisce che lo Stato
borghese, con il pretesto della politica di risparmio, attacchi, abolisca o non
abbia nemmeno introdotto a tutti i livelli le conquiste femministe. Così la
Convenzione di Istanbul per la lotta alla violenza contro le donne, ratificata
dalla Svizzera nel 2018, non è attuata nemmeno in minima parte. Le donne vengono
esposte senza alcun riguardo alla violenza patriarcale. Il movimento femminista
nel Canton Turgovia si batte ancora per una casa delle donne, il servizio per la
parità nei Cantoni Argovia, Zugo, Obvaldo e Nidvaldo è stato nuovamente abolito
e, dopo che una grande mobilitazione femminista nel 2025 aveva conquistato un
milione supplementare per la protezione delle donne dalla violenza, questo è
stato direttamente cancellato l'anno seguente.[3],[4],[5] Al tempo stesso la
maggioranza borghese impedisce con ogni mezzo l'attuazione dell'iniziativa sulle
cure infermieristiche, con conseguenze disastrose: le persone che lavorano nel
settore delle cure, in prevalenza donne, sono da tempo oltre il limite di
sopportazione, il lavoro di cura viene scaricato nell'ambito del lavoro non
retribuito e quindi sulle persone FLINTA, mentre l'assistenza sanitaria viene
distrutta a colpi di risparmi.
Anche nella formazione si risparmia quasi un quarto di miliardo nel sostegno ai
Politecnici Federali e alle scuole universitarie cantonali, il che si ripercuote
direttamente in un aumento delle tasse universitarie.[6] A ciò si aggiungono
pacchetti di risparmio a livello cantonale. Nel Cantone di Ginevra, per esempio,
solo grazie a un referendum si sono potuti impedire nel 2026 risparmi per un
ammontare di mezzo miliardo di franchi, soprattutto nel settore della
formazione.
Ovunque si inculca alle persone che questa museruola economica e politica sia un
bene per loro. Per questa propaganda la lobby dei ricchi si è comprata
l'ingresso nelle università, come per esempio con l'„Istituto di politica
economica“ finanziato da Economiesuisse all'Università di Lucerna. I suoi
docenti possono poi prendere la parola ovunque in pubblico come esperti
„indipendenti“. I ricchi stessi hanno comprato in Svizzera quasi tutti i media:
oggi quasi tutti i formati mediatici appartengono a CH Media, Tamedia e Ringier,
che sono nelle mani di famiglie di editori miliardarie.
I super-ricchi stessi partecipano attivamente alla politica. Pensiamo a
Christoph Blocher, miliardario ed ex consigliere federale UDC, che ancora oggi
opera come finanziatore e autore delle iniziative razziste e divisive dell’UDC.
I proprietari di grandi gruppi cercano inoltre di far passare intere leggi a
proprio favore. Con la Tonnage Tax (detta anche Lex MSC) il miliardario
Gianluigi Aponte e il suo gruppo di navigazione avrebbero per esempio
risparmiato miliardi di imposte ogni anno. L'austerità viene dunque propagandata
solo quando si tratta di tagliare le spese per la grande maggioranza della
popolazione. Al tempo stesso perdiamo miliardi di entrate fiscali a causa
dell'insufficiente tassazione dei più ricchi e dei loro grandi gruppi. Questa
truffa raddoppia con l'aumento delle spese per gli armamenti.
Miliardi per il riarmo
Quando gli Stati spendono denaro per materiale bellico, a breve termine ne
approfitta solo l'industria degli armamenti. Per questo è importante
sottolineare che quando i borghesi parlano dell'„economia“ che dovrebbe
beneficiare del riarmo, non intendono l'economia nazionale, bensì unicamente
l'economia dei ricchi. Si tratta dell'imperativo della crescita a cui sono
sottoposti i più ricchi e i loro grandi gruppi e che si contraddistingue per una
logica di profitto estremamente miope. Quando guerre e genocidi fanno salire
alle stelle le quotazioni azionarie, come descritto sopra suonano le casse degli
azionisti degli armamenti. La popolazione degli Stati spinti al riarmo resta
invece doppiamente a mani vuote. Gli astronomici investimenti negli armamenti
non hanno senso nemmeno in una logica economico-liberale, perché i costi per la
grande maggioranza della popolazione non si fermano semplicemente all'esborso
dei bilanci statali. Spendere denaro non sarebbe di per sé un male, dipende
semplicemente per che cosa. Se i fondi statali affluiscono in via prioritaria
nell'ampliamento dell'infrastruttura pubblica o per esempio nel settore
sanitario, è un guadagno per tutte e tutti. In quest'ultimo caso vengono creati
posti di lavoro, la qualità dell'assistenza sanitaria potrebbe aumentare per
tutte e tutti e, se una parte maggiore del sistema sanitario fosse finanziata
dallo Stato, la popolazione avrebbe più denaro che altrimenti potrebbe spendere
per vivere. Con ciò il potere d'acquisto aumenterebbe e l'economia nel suo
complesso verrebbe rilanciata. Per l'ampliamento del trasporto pubblico si può
argomentare in modo simile: posti di lavoro vengono creati, biglietti più
economici e collegamenti migliori aumentano la domanda. Se meno persone guidano
l'auto e volano, ciò va a vantaggio del nostro ambiente e la qualità della vita
aumenta. Diverso è per le spese negli armamenti: se la Svizzera spende 10
miliardi di franchi o più per l'acquisto di jet da combattimento F-35, questo
denaro è buttato al vento. Gli aerei da combattimento non vengono prodotti in
Svizzera. Invece di creare nuovi posti di lavoro, l'acquisto degli F-35 porta
persino a una riduzione di almeno 400 posti di lavoro in Svizzera, perché devono
essere svolti molti meno lavori di manutenzione sul territorio nazionale che con
l'F/A-18. Un ampliamento dell'industria svizzera degli armamenti non sarebbe
dunque solo moralmente estremamente riprovevole, ma danneggerebbe anche
l'economia capitalista. L'industria degli armamenti è un vero killer del potere
d'acquisto e non fornisce alcun contributo alla riproduzione sociale. Essa
richiede quantità enormi di risorse, ma crea unicamente merci che non possono
essere consumate dalla popolazione e che non funzionano nemmeno come mezzi di
produzione. Lo stesso vale per l'esercito: i soldati e le soldate sono
consumatori e consumatrici, ma non produttori e produttrici. Costano denaro,
solo perché poi possano sparare munizioni costose. Se meno denaro viene
investito in settori socialmente (ri)produttivi come formazione, ricerca,
produzione di energie rinnovabili e così via, il progresso nella società nel suo
complesso diminuisce.
Evidentemente il riarmo globale danneggia dunque a lungo termine in realtà anche
il sistema capitalista: le crisi vengono rafforzate, gli Stati si indebitano
sempre di più e l'economia a lungo termine non crescerà, al contrario. Ma perché
ci si riarma comunque?
Mantenimento della supremazia e dei rapporti di proprietà
Il motivo è il cosiddetto ordine mondiale o, per meglio dire, la pretesa di
potenza mondiale delle grandi potenze. Vale al riguardo il credo: chi domina,
cresce. Il potere politico è indispensabile nel neoliberismo globale. I
capitalisti di questo mondo non hanno infatti semplicemente un interesse
unitario. In Occidente sono interessati a mantenere l'„ordine mondiale basato
sulle regole“. Gli USA possono oggi determinare ampiamente le regole del
commercio internazionale e hanno così vantaggi considerevoli rispetto ai propri
concorrenti. Con ciò gli USA possono praticamente degradare il mondo intero a
proprio „backyard“. L'idea al riguardo non è l'espansione territoriale assoluta,
bensì l'utilizzo dei propri concorrenti per la propria espansione economica. Le
grandi potenze hanno bisogno del resto del mondo come mercato di sbocco e sfera
di investimento, come fornitore di semilavorati, materie prime, capitali
d'investimento e forza lavoro. Chi determina le regole del commercio
internazionale può imporre i propri interessi e crescere economicamente.
A ciò si aggiunge il potere militare: un grande esercito è un buon mezzo per
assicurare questa supremazia con l'aiuto della deterrenza o di interventi. Sotto
Trump gli USA hanno già fatto ricorso due volte a mezzi militari per imporre i
propri interessi economici. In Venezuela e in Iran per gli USA si tratta del
controllo sulle riserve di petrolio e di un vantaggio concorrenziale rispetto
alla Cina nell'accesso al petrolio. Prima dell'intervento militare esistono però
molti strumenti più sottili per mantenere la propria supremazia economica. Così,
per esempio, la Cina investe massicciamente nell'infrastruttura di Paesi
africani, per rendere questi mercati accessibili e dipendenti.
I capitalisti non utilizzano il potere militare solo nei confronti di altri
Paesi ma anche per il mantenimento dei rapporti di proprietà all'interno del
Paese. In Svizzera questo è noto al più tardi dalla repressione violenta dello
sciopero generale da parte dell'esercito. Gli USA utilizzano chiaramente anche
questo strumento: così è stata inviata la Guardia nazionale per reprimere
proteste e scioperi contro l'autorità ICE. Da ultimo la militarizzazione cementa
anche le strutture di oppressione esistenti.
Le due soluzioni presentate dei capitalisti vanno di pari passo con un ulteriore
mezzo che deve assicurare supremazia e rapporti di proprietà: il fascismo. La
militarizzazione e la precarizzazione della società spianano ai fascisti la
strada verso il potere. Quello che vogliono è una società autoritaria e
oppressa, che si lasci dominare e sfruttare. La lotta contro il riarmo e
l'austerità è quindi sempre anche una lotta contro l'ascesa del fascismo.
Pace e libertà invece di oppressione e distruzione!
Il capitalismo globale porterà sempre a guerra e distruzione. Per spezzare
questo circolo vizioso dobbiamo opporci al riarmo e alla politica di austerità.
Per questo chiediamo per l'esercito e l'industria degli armamenti:
Stop alla propaganda militare, per un calcolo corretto del budget militare
La macchina propagandistica dell'esercito deve essere abolita. Pubblicità,
visite nelle scuole, giornate informative ecc. vengono pagate con il denaro
delle imposte e servono solo alla propaganda militare. Inoltre, deve essere
corretta la menzogna nel budget militare: i costi delle indennità di perdita di
guadagno (salario di chi presta servizio militare) devono finalmente essere
inseriti nel budget, affinché sia chiaro quanto spendiamo effettivamente per
l'esercito.
Stop alle nuove acquisizioni di materiale d'armamento
Lo scandalo attorno all'F-35 è la punta dell'iceberg. Questo spreco smisurato di
denaro delle imposte, che sarebbe stato impiegato meglio per altre cose, deve
essere fermato immediatamente. La Svizzera ha bisogno di una buona
infrastruttura e non di bombardieri di lusso.
Abolizione del DDPS a favore di un nuovo dipartimento per la sicurezza e
la coesione
Con il DDPS come legittimazione i borghesi sperperano anno dopo anno miliardi di
imposte che non forniscono alcun contributo alla sicurezza e alla qualità di
vita della popolazione. Il DDPS ha fatto il suo tempo, al suo posto ci serve un
dipartimento per la sicurezza e la coesione che si dedichi ai problemi reali:
per esempio ai numeri crescenti della violenza sessualizzata, alle catastrofi
naturali in escalation e all'aumento delle discriminazioni.
Firma del TPNW (Trattato sulla proibizione delle armi nucleari)
In tempi di riarmo globale la Svizzera deve impegnarsi attivamente per il
disarmo. Questo significa anche che la Svizzera deve compiere il passo da tempo
atteso verso il disarmo nucleare con la firma del TPNW.
Abolizione della tassa d'esenzione dall'obbligo militare
Non dobbiamo permettere che delle persone vengano punite per il fatto di non
essere in grado di partecipare al servizio militare.
Abolizione dell'esercito
Questo è il punto centrale e più importante per spezzare la spirale di
concorrenza, lotte di potere e guerra. L'esercito non adempie ad alcuno scopo se
non alla garanzia della supremazia verso l'esterno e alla garanzia dei rapporti
di proprietà verso l'interno. Se vogliamo un nuovo sistema, dobbiamo abolire
l'esercito. La sicurezza deve essere ripensata. Non vogliamo un esercito
convenzionale che difende un territorio con vite umane, bensì una difesa sociale
che protegga la nostra società.[7] Ci serve un'infrastruttura stabile e una
società che non si lasci dominare militarmente.
Divieto di produzione e di esportazione di materiale bellico
L'industria degli armamenti non genera nulla se non guerra, rovinae profitti a
breve termine per i proprietari. Esattamente come non abbiamo bisogno di un
esercito, non abbiamo bisogno nemmeno di un'industria degli armamenti.
Responsabilità per le aziende che producono beni dual use
Le aziende che producono beni utilizzabili tanto in ambito militare quanto in
ambito civile devono risponderne, se vendono i loro beni direttamente o
indirettamente a parti in guerra.
Al tempo stesso dobbiamo porre fine alla politica di austerità, per questo
chiediamo:
Abolizione del freno all'indebitamento
Il freno all'indebitamento deve sparire. È unicamente uno strumento per impedire
uno Stato sociale equo e un'infrastruttura sufficiente per la popolazione.
Introduzione di un referendum finanziario facoltativo
Non possiamo definirci con orgoglio una democrazia diretta e allo stesso tempo
non conferire nessun potere al popolo su una delle decisioni più importanti.
Certo, possiamo votare su ogni legge, ma chi riceve quanto denaro resta
sottoposto unicamente alla volontà del parlamento. Il popolo deve poter decidere
se è d'accordo con la distribuzione dei fondi.
Democratizzazione della Banca nazionale
La fissazione dei tassi d'interesse e le misure di politica monetaria non sono
decisioni puramente economiche. Sono decisioni politiche che hanno una grande
influenza su chi possiede quanto denaro. Per questo la popolazione deve
possedere il controllo su queste decisioni. La politica restrittiva dei tassi
d'interesse è spesso nient'altro che la lotta all'inflazione con l'aiuto di
salari tenuti bassi e di una disoccupazione accresciuta. Le cause
dell'inflazione sono molteplici, finora però il mezzo per contrastarla è
focalizzato solo sui lavoratori e sulle lavoratrici. Questo non è un imperativo
economico, bensì lotta di classe dall'alto.
Democrazia economica invece di precarizzazione
La politica di austerità viene impiegata dalla classe dominante quando sussiste
la paura del rovesciamento o del cambiamento dei rapporti di proprietà
esistenti. Tanto più importante è che non ci abbandoniamo più a lungo a questa
condizione. Se vogliamo eliminare i sintomi di crisi del capitalismo, dobbiamo
affrontare il problema alla radice. Oggi sono i proprietari dei grandi gruppi e
i grandi azionisti a decidere che cosa e come viene prodotto. Al riguardo non
tengono conto del nostro ambiente e dell'umanità nel suo complesso. L'unico
criterio è l'entità dei loro profitti a breve termine. Ma non deve essere così:
è tempo che le imprese vengano organizzate e dirette in modo fondamentalmente
democratico. Le decisioni dovrebbero essere prese dalle persone che lavorano in
un'impresa; a tal fine potrebbero essere d'aiuto strutture consiliari. Questo
porterebbe a investimenti delle imprese decisi in modo più sostenibile. I salari
si avvicinerebbero tra loro, poiché non ci sarebbe più alcuna ragione spiegabile
per cui il CEO guadagni 30 volte più di una persona impiegata nella produzione.
Al tempo stesso la nostra società verrebbe stabilizzata e resa più resiliente
attraverso questo passo di democratizzazione estremamente rilevante.
Una vita in pace e libertà per tutte e tutti sarà però infine possibile solo
quando avremo superato il sistema economico capitalista e introdotto il
socialismo.
[7] Definizione di difesa sociale: "La difesa sociale designa un concetto di
resistenza nonviolenta contro l'oppressione e l'aggressione. Essa utilizza al
riguardo i metodi della nonviolenza attiva e della disobbedienza civile.
Diversamente dalla disobbedienza civile, però, essa non trae il proprio motivo
dalla ribellione contro strutture, misure e leggi statali legali esistenti,
bensì è orientata, come alternativa alla difesa militare, alla resistenza in
caso di una presa di potere illegittima, come una guerra o un colpo di Stato.
Essa va inoltre distinta dalla difesa civile, che si riferisce alla protezione
della popolazione in caso di guerra. "Sociale" è al riguardo una doppia
descrizione. Da un lato "sociale" rimanda al fatto che in uno scenario di questo
tipo gli attori non sono singole forze speciali (come i soldati e le soldate),
bensì è coinvolta l'intera popolazione di un Paese; dall'altro l'obiettivo è
meno la difesa dei confini, quanto piuttosto la difesa di conquiste e valori
sociali." (Marie-Christin Barleben in Wissenschaft und Frieden, Dossier 101;
traduzione nostra)
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