<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"><channel><atom:link href="https://amend.juso.ch/26moutier/feedall" rel="self" type="application/rss+xml" />
            <title>30.05.2026: Delegiertenversammlung Moutier (JU) | Assemblée des délégué·es à Moutier (JU) | Assemblea de* delegat* Moutier (JU): All</title>
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                        <title>A2-IT: Libero scambio e protezionismo: sfruttamento globale in tempi di fascismo e crisi economiche</title>
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                        <description><![CDATA[<h2>Motion text</h2><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>Libero scambio e protezionismo: sfruttamento globale in tempi di fascismo e crisi economiche</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Il mondo sta visibilmente perdendo ordine, sebbene non ne abbia mai avuto veramente uno. Trump terrorizza il mondo con la sua politica dei dazi, che rappresenta una svolta radicale nella concezione comune del commercio internazionale. Ci troviamo alla fine della seconda ondata di globalizzazione neoliberale, che si è abbattuta sul mondo intero dagli anni Ottanta. In questo momento sembra esserci una frattura sempre più profonda tra i/le* rappresentant* del neoliberalismo globalizzato e i/le* sostenitori/trici* di un neoliberalismo nazionalista incentrato sullo Stato. Entrambe le strategie economiche sono dannose per la classe lavoratric*, perché alla fine è il capitale a trarne profitto.<br>
La risposta a questa destabilizzazione internazionale non può però essere una fuga nel passato. Sarebbe sbagliato rimpiangere il libero scambio sfrenato dei decenni precedenti a Trump. Eppure, è esattamente quello che l&#039;Europa sta facendo. I paesi dell&#039;UE e dell&#039;EFTA, tra cui la Svizzera, sono impegnati a concludere nuovi accordi di libero scambio, o lo hanno fatto di recente. Per esempio, stringono accordi con i paesi sudamericani del Mercosur, con l&#039;Indonesia, la Cina e l&#039;India. Anche tra i partiti di sinistra e i sindacati il libero scambio economico-liberale sembra stia guadagnando terreno. Ma questa posizione non può essere la nostra seria strategia contro la guerra dei dazi di Trump, perché molti dei problemi attuali affondano le radici proprio in questo libero scambio liberale incontrollato degli ultimi decenni. D&#039;altra parte, anche l&#039;assenza totale di commercio globale non ha senso. È chiaro che la forma economica dominante deve cambiare radicalmente a livello globale. Questo documento cerca di inquadrare gli sviluppi e i dibattiti attuali attorno al libero scambio liberale e al neoliberalismo globale, e di trarne le dovute conclusioni.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>Libero scambio e protezionismo</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Il libero scambio significa, in parole semplici, che merci e servizi possono essere commerciati tra paesi con il minor numero possibile di dazi e barriere commerciali. La spiegazione economico-liberale della presunta &quot;necessità&quot; del libero scambio sarebbe che tutti i paesi ne trarrebbero vantaggio concentrandosi su ciò che producono meglio e a costi più bassi per poi esportarlo. Ma la realtà è diversa. Le grandi imprese possono delocalizzare la produzione senza grandi ostacoli verso paesi dove i salari e gli altri costi di produzione sono bassi. Così il cosiddetto Nord globale è stato deindustrializzato negli ultimi decenni: le multinazionali hanno trasferito i loro stabilimenti produttivi nel cosiddetto Sud globale o nei paesi della periferia europea. In breve: il libero scambio liberale significa fondamentalmente libertà per il capitale. Al tempo stesso imperversa una concorrenza fiscale internazionale. Con le imposte più basse possibile, paesi come la Svizzera, Singapore, Panama o città come Hong Kong e Dubai attraggono imprese e super-ricch*. Questa “race to the bottom” provoca ingenti perdite fiscali in molti paesi, perché le persone più ricche, spostando il proprio capitale, riescono a impedire qualsiasi redistribuzione equa.<br>
La teoria alla base del libero scambio deriva principalmente dagli economisti liberali Adam Smith e David Ricardo. Fu formulata come critica al mercantilismo, la politica economica allora dominante in Europa tra il XVI e il XVIII secolo. Il mercantilismo fu a lungo la teoria del commercio politico determinante. L&#039;idea di fondo era che un paese dovesse esportare il più possibile e importare il meno possibile. Questo avrebbe dovuto portare a concentrare quanta più ricchezza possibile all&#039;interno del proprio paese.<br>
Durante l&#039;industrializzazione nei paesi europei prevalse un rigido protezionismo. L&#039;obiettivo di questa politica commerciale è proteggere l&#039;economia nazionale dalla concorrenza straniera. I principali strumenti a tal fine sono le barriere commerciali tariffarie (dazi) o non tariffarie (quote massime di importazione, standard minimi da rispettare, ecc.). Il protezionismo venne impiegato per poter stare al passo nella corsa al progresso tecnologico. Paesi come la Germania, la Francia e gli Stati Uniti puntarono su dazi elevati per contenere le importazioni di prodotti britannici e sullo spionaggio industriale per migliorare la propria produzione. Questa strategia durò relativamente a lungo: negli Stati Uniti i dazi fino agli anni Cinquanta erano compresi tra il 35 e il 50%. Dopo la Seconda guerra mondiale i dazi furono progressivamente ridotti, ma ciò avvenne solo dopo che gli Stati Uniti erano diventati la principale potenza economica mondiale. A titolo di confronto: negli anni Duemila i dazi statunitensi sulle importazioni erano di circa il 2%.<br>
Verso la fine del XIX secolo, la Gran Bretagna fu il primo paese ad adottare sistematicamente il libero scambio e dazi bassi, ma anch&#039;essa solo nel momento in cui la sua supremazia economica era già consolidata. Contrariamente a quanto spesso affermato, le potenze coloniali del cosiddetto Nord globale non devono la loro ascesa economica principalmente al libero scambio, bensì a misure protezionistiche con cui hanno costruito e protetto intenzionalmente le proprie industrie. Il libero scambio si è rivelato storicamente vantaggioso per lo più solo quando i paesi disponevano già di un&#039;economia forte e internazionalmente competitiva.<br>
In pratica, libero scambio e protezionismo sono però difficilmente distinguibili in modo netto. Piuttosto, nel corso della storia l&#039;accento si è posto alternativamente sull&#039;uno e sull&#039;altro. Tra lo scoppio della Prima guerra mondiale nel 1914 e il periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, in molti paesi europei tornarono a dominare misure protezionistiche.<br>
Le guerre, le crisi economiche e l&#039;instabilità politica indebolirono numerose economie nazionali e spinsero gli Stati a schermare maggiormente i propri mercati, con la Gran Bretagna come una delle poche eccezioni.<br>
L&#039;alternarsi storico tra libero scambio e protezionismo seguiva raramente convinzioni puramente ideologiche. Era per lo più determinante la questione di quale strategia permettesse agli Stati di garantire la maggiore prosperità e il maggiore potere economico nelle rispettive condizioni economiche.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>L&#039;ascesa del neoliberalismo</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Dopo la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti divennero la principale potenza economica e svolsero un ruolo centrale nella costruzione di un nuovo ordine economico internazionale. Anche l&#039;ONU, appena fondato, sottolineò l&#039;importanza della cooperazione internazionale come base per la pace e la prosperità. Sotto la parola d&#039;ordine “Mai più la guerra” furono create numerose forme di cooperazione scientifica, istituzionale ed economica. Già nel 1944 furono fondati il Fondo monetario internazionale (FMI) e la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (Banca mondiale). Su iniziativa degli Stati Uniti nacque nel 1947 il General Agreement on Tariffs and Trade (GATT), un accordo commerciale internazionale per la progressiva liberalizzazione del commercio mondiale. L&#039;accordo prevedeva tra l&#039;altro la riduzione dei dazi, restrizioni alle quote di importazione e l&#039;obbligo di estendere a tutti i paesi firmatari i vantaggi commerciali concessi a un singolo paese. Uno dei punti principali era il nuovo principio di parità di trattamento tra prodotti e imprese straniere e nazionali nel commercio.<br>
Dagli anni Ottanta iniziò il trionfo del neoliberalismo, di cui la logica del libero scambio globale liberale è una componente fondamentale. Il libero scambio divenne un punto di riferimento internazionale e si aprì l&#039;era degli accordi di libero scambio. Ma anche in questo caso il libero scambio non viene affatto applicato ovunque, bensì solo dove il capitale ne può trarre vantaggio. I paesi occidentali non mirano dunque, contrariamente alle proprie affermazioni, a creare prosperità per tutt*, ma a consolidare e ampliare la propria supremazia. Dal GATT e da varie altre tornate negoziali nacque nel 1994 la World Trade Organisation (WTO). Da allora tutti gli Stati membri della WTO si impegnano a offrire agli altri le stesse riduzioni dei dazi su determinati prodotti. Da questo trattato è nato dunque il libero scambio sfrenato che conosciamo oggi.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>L&#039;era degli accordi di libero scambio</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Accanto ai trattati OMC, gli accordi di libero scambio (ALS) bilaterali e multilaterali figurano tra gli strumenti più importanti del libero scambio. Si tratta di trattati di diritto internazionale tra uno o più Stati con l&#039;obiettivo di eliminare le barriere commerciali. La Svizzera conclude i propri accordi di libero scambio per lo più nell&#039;ambito dell&#039;Associazione europea di libero scambio (EFTA), che ha contribuito a fondare negli anni Sessanta. Gli altri membri dell&#039;EFTA sono Islanda, Norvegia e Liechtenstein. Oltre all&#039;accordo EFTA e all&#039;accordo di libero scambio con l&#039;UE, la Svizzera ha attualmente 35 ALS con vari paesi. La Svizzera predica la politica del libero scambio liberale, ma vuole innanzitutto proteggere i propri interessi. Soprattutto quando si tratta di accordi di libero scambio con paesi del cosiddetto Sud globale, a trarne vantaggio sono per lo più i ricchi paesi industrializzati. Grazie agli accordi esistenti, le imprese svizzere hanno risparmiato solo nel 2023 oltre 2,2 miliardi di franchi in dazi potenziali. Tali “risparmi” mancano all&#039;altro paese nel bilancio statale per le spese destinate alla collettività. Questa somma si riflette raramente in prezzi più bassi e affluisce soprattutto alle grandi imprese. La popolazione nel suo insieme deve assistere impotente a come gli/le* azionist* delle imprese si riempiono le tasche grazie agli accordi di libero scambio.<br>
In realtà la popolazione viene raramente coinvolta nelle decisioni su questo tipo di accordi. Era già così quando Napoleone III negoziò segretamente con il Regno Unito nel 1860, ed è ancora un&#039;amara realtà oggi. Il documento originale del TISA (Trade in Services Agreement) è conservato segretamente in una cassaforte nel Parlamento europeo ed è protetto da diritti d&#039;autore. Una parte del testo è stata resa pubblica solo nel 2014 da Wikileaks. E con buone ragioni: la maggior parte di questi accordi viene negoziata da grandi istituzioni neoliberali internazionali (come FMI, Banca mondiale o G7), che rappresentano gli interessi dei/delle* capitalist* e perseguono il chiaro obiettivo di massimizzare i profitti nel commercio mondiale.<br>
Questo tipo di politica del libero scambio ha gravi conseguenze in tutto il mondo. L&#039;assenza di norme sociali per i prodotti importati porta le multinazionali a produrre in paesi che non garantiscono i diritti umani e dove vigono condizioni di lavoro miserabili. Queste multinazionali aumentano i loro profitti senza alcun rispetto per i/le* lavoratori/trici*, per poi smerciare i propri beni nei paesi del cosiddetto Nord globale. Le multinazionali hanno persino il diritto di citare in giudizio gli Stati per barriere commerciali. Questi attacchi aumentano in modo massiccio. I tribunali arbitrali, come ad esempio l&#039;ICSID (tribunale della Banca mondiale), sono infatti concepiti in modo tale che solo gli Stati siano tenuti a rispondere ai reclami di imprese o di terzi, senza possibilità per gli Stati o per i terzi di citare in giudizio le imprese davanti a questi tribunali, simbolo della dittatura delle imprese che si oppongono agli Stati e alle persone lavoratrici. In particolare, le spese giudiziarie da sostenere a ogni fase della procedura rappresentano un importo considerevole, il che induce gli Stati a rinunciare alle vie di ricorso previste da questi tribunali arbitrali, permettendo così alle imprese di vincere una larga maggioranza dei procedimenti e di ridurre gli Stati al silenzio.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>Mercosur: profitti per le multinazionali, rischi per le persone e l&#039;ambiente</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Al centro dei dibattiti attuali vi è anche l&#039;accordo di libero scambio tra l&#039;Unione europea e il Mercato comune del Sud (Mercosur), composto da Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay e Uruguay. Insieme agli Stati dell&#039;EFTA, anche la Svizzera si adopera per concludere un accordo di libero scambio con i paesi del Mercosur. Un accordo con la partecipazione della Svizzera è stato firmato nel settembre 2025.<br>
L&#039;accordo, negoziato e discusso da anni, è giustamente oggetto di forti critiche da parte di numeros* attori/trici*. 450 organizzazioni dell&#039;UE e del Mercosur hanno per questo motivo redatto un documento di principio in cui chiedono l&#039;interruzione dell&#039;accordo e una revisione fondamentale della politica commerciale dell&#039;UE.<br>
All&#039;inizio di quest&#039;anno si sono svolte manifestazioni a Bruxelles e Parigi, ma anche in Polonia e Irlanda. Gli/le* agricoltori/trici* erano in prima linea, poiché le normative ambientali europee e il costo del lavoro in Europa li/le* mettono in una posizione di svantaggio rispetto alla concorrenza delle grandi aziende sudamericane. Questi accordi porterebbero dunque a problemi di dumping in Europa e spingerebbero al contempo i paesi sudamericani a concentrarsi ulteriormente sull&#039;esportazione di prodotti agricoli e materie prime.<br>
Tutto ciò a vantaggio dei/delle* più ricch*, che intascherebbero tutti i “risparmi” resi possibili dall&#039;accordo a spese dello Stato e dei/delle* lavoratori/trici*. La qualità di vita della popolazione in generale, sia in Europa che in Sud America, difficilmente migliorerebbe con questo accordo, anzi. Uno studio del 2018 stima la perdita di 186’000 posti di lavoro solo in Argentina, la metà dei quali nell&#039;industria tessile, dove lavorano soprattutto le donne*. Anche il presunto aumento della prosperità difficilmente si materializzerà. In Uruguay si potrebbe persino prevedere una perdita di 100 milioni di euro.<br>
L&#039;accordo rafforza le strutture neoliberali, spinge ulteriormente la deindustrializzazione e lo sfruttamento di persone e natura nel Mercosur. Nei paesi sudamericani le popolazioni indigene perderanno ancora più terra per soddisfare le esigenze dell&#039;agro-industria e dell&#039;estrazione mineraria.<br>
La dipendenza dagli Stati dell&#039;UE e dell&#039;EFTA si acuisce, portando all&#039;impoverimento della popolazione. Dopo la riduzione dei dazi, i paesi del Mercosur saranno inondati di beni importati dall&#039;UE, il che indebolisce ulteriormente la produzione interna e distrugge posti di lavoro. A trarne vantaggio sono le grandi multinazionali: nell&#039;accordo con l&#039;UE si tratta soprattutto dell&#039;industria automobilistica e di quella tessile.<br>
Anche l&#039;accordo di libero scambio della Svizzera con l&#039;India, concluso nel 2026, è stato un regalo alle grandi multinazionali, in particolare all&#039;industria farmaceutica. Questa produce in India le materie prime per i propri farmaci, poiché gli standard ambientali e i salari sono bassi. L&#039;approvvigionamento idrico di intere regioni è messo a rischio dagli scarti farmaceutici non filtrati. Si tratta solo di un ulteriore esempio della politica estera disumana della Svizzera.<br>
La GISO Svizzera rifiuta con fermezza gli accordi di libero scambio neoliberali che servono esclusivamente gli interessi del capitale e non contengono meccanismi coerenti di protezione delle persone e della natura.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>Fermare lo sfruttamento eccessivo del cosiddetto Sud globale!</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Lo sfruttamento del cosiddetto Sud globale prosegue senza pietà attraverso strutture neocoloniali. Certo, in molti settori dove la tecnologia necessaria è ormai comparativamente economica, la produzione è stata delocalizzata in molti di questi paesi, come ad esempio nell&#039;industria tessile. Per i prodotti più costosi, invece, la situazione è diversa: i macchinari o le loro tecnologie sono troppo costosi, anche perché la forza lavoro necessaria è cara. Questi paesi sono così costretti a produrre soprattutto in settori a basso salario. Le strutture neocoloniali determinano un vero e proprio sfruttamento eccessivo.<br>
Nell&#039;estrazione di materie prime questo è particolarmente evidente: oro, cobalto o caffè, ad esempio, vengono estratti nei paesi del cosiddetto Sud globale da lavoratori/trici* con salari bassissimi e condizioni di lavoro inaccettabili. Le miniere e le piantagioni appartengono a multinazionali del cosiddetto Nord e/o sono commercializzate da imprese del cosiddetto Nord globale, dove confluisce anche l&#039;intero profitto. Proprio la Svizzera svolge un ruolo centrale nel commercio delle materie prime: si stima che la quota di mercato mondiale delle imprese svizzere sia del 60% per i metalli, del 50% per i cereali, del 40% e del 35% rispettivamente per lo zucchero e il petrolio. Praticamente tutte le materie prime tranne l&#039;oro non arrivano mai in Svizzera.<br>
Anche in Svizzera i borghesi propagano ipocritamente il libero scambio, a patto che faccia loro comodo. Ma quando si tratta, ad esempio, di diritti di proprietà intellettuale, la storia cambia. I brevetti sui farmaci impediscono la produzione di generici a basso costo, e le grandi aziende farmaceutiche come Novartis e Roche ne traggono enormi vantaggi. Possono così fissare prezzi altissimi, rendendo i loro prodotti inaccessibili nel cosiddetto Sud globale.<br>
Anche in agricoltura le conseguenze di questa politica sono devastanti: la Svizzera protegge le grandi aziende agroalimentari che hanno brevettato migliaia di varianti genetiche naturali di sementi, mettendo a rischio la sicurezza alimentare a livello mondiale. Inoltre, gli accordi di libero scambio spesso comportano danni considerevoli all&#039;ambiente. Standard efficaci per la protezione del clima e dell&#039;ambiente sono cercati invano, poiché ridurrebbero i profitti delle grandi multinazionali.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>Il trumpismo è neoliberalismo</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>Trumpismo significa neoliberalismo e imperialismo</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Con la guerra dei dazi avviata da Donald Trump, alcune osservatrici e alcuni osservatori hanno proclamato la fine del neoliberalismo e del libero scambio globale. La guerra dei dazi può persino sembrare a prima vista contraria agli interessi dell&#039;imperialismo statunitense in quanto artefice dell&#039;ordine mondiale neoliberale. È vero che il governo Trump persegue una politica commerciale fortemente protezionistica, ma questo ha poco a che fare con un vero abbandono del modello economico neoliberale. Questa strategia serve piuttosto al tentativo di assicurare il predominio globale degli Stati Uniti. Il libero scambio globale e le condizioni per parteciparvi sono sempre stati costruiti in modo da servire in primo luogo l&#039;Occidente.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Trump e i principali rappresentanti del movimento MAGA alimentano deliberatamente la narrativa secondo cui gli Stati Uniti sarebbero stati economicamente «sfruttati» da altri paesi, citando soprattutto i deficit commerciali. Si tralascia però il fatto che molte grandi imprese statunitensi hanno esse stesse delocalizzato la loro produzione in paesi del Sud globale per trarre vantaggio da salari più bassi e da una regolamentazione meno stringente. Allo stesso tempo, alcuni Stati asiatici, in particolare la Cina, hanno sfruttato l&#039;integrazione nel commercio mondiale per ampliare la propria base industriale e recuperare terreno economicamente. L&#039;inizio anticipato dell&#039;industrializzazione, avvenuto prima della fase più attiva del neoliberalismo globale, ha generato un&#039;industria in grado di reggere alla concorrenza internazionale, soprattutto in confronto agli Stati africani, ai quali questa industrializzazione viene sistematicamente negata da 50 anni.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>L&#039;agenda commerciale di Trump mira quindi soprattutto a riportare capacità produttive negli Stati Uniti e a inasprire la concorrenza geopolitica con la Cina. La sua politica coniuga interessi aziendali neoliberali con misure nazionaliste e protezionistiche. Tutto ciò non comporta però un cambiamento fondamentale dell&#039;ordine economico globale. Si rischia piuttosto un&#039;intensificazione dei conflitti commerciali internazionali, mentre i problemi strutturali della disuguaglianza globale rimangono intatti.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Trump rimane fedele al neoliberalismo, semplicemente con uno spostamento del baricentro dalla sfera globale a quella domestica. Tagli fiscali per i ricchi e le loro imprese, riduzione del debito pubblico e politica di austerità per la popolazione in generale, naturalmente con spese militari in aumento, sono il programma. Vuole tagliare e letteralmente smontare lo Stato. Allo stesso tempo, cadono le norme ambientali e sanitarie e il settore finanziario viene ulteriormente deregolamentato. Con la sua strategia «Make America Great Again», Trump aliena tutti gli altri paesi, compresi quelli europei, che sono in realtà tra i più stretti alleati degli USA imperiali. I paesi dell&#039;UE si trovano, per colpa propria, su un piano inclinato dalla crisi finanziaria globale del 2008. Per salvare le loro banche, hanno dovuto accumulare enormi montagne di debiti. Per domarli, la popolazione viene tormentata con programmi di austerità, mentre le spese militari salgono dall&#039;altra parte sempre più. Ciò perché l&#039;Europa deve costruire sempre più da sola la potenza militare per garantire i propri interessi imperiali e non può più fare affidamento sul vecchio partner, impegnato a focalizzarsi sulla Cina.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>La risposta della sinistra alle crisi e ai giochi di potere geopolitici, nel frattempo sempre più complessi, che avvengono sulle spalle della popolazione, è troppo semplicistica. La sinistra socialdemocratica si rifiuta di perseguire un&#039;alternativa coerente al capitalismo. Per poter arrestare gli sviluppi pericolosi, la sinistra deve smettere di concentrarsi sul lento miglioramento del capitalismo. Un sistema che non potrà mai servire, nemmeno lontanamente, gli interessi della popolazione globale non va più sostenuto.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Con la guerra dei dazi avviata da Donald Trump, alcun* osservatori/trici* hanno proclamato la fine del neoliberalismo e del libero scambio globale. Certo, il governo Trump persegue una politica commerciale fortemente protezionistica, ma questo ha poco a che fare con un reale abbandono del modello economico neoliberale. Questa strategia serve piuttosto al tentativo di garantire la supremazia globale degli Stati Uniti.<br>
Trump e i/le* principali esponenti del movimento MAGA alimentano deliberatamente la narrativa secondo cui gli Stati Uniti sarebbero stati “sfruttati” economicamente da altri paesi, adducendo principalmente i disavanzi commerciali come prova. Si tace però sul fatto che molte multinazionali statunitensi hanno esse stesse delocalizzato la produzione nei paesi del cosiddetto Sud globale per trarre vantaggio da salari più bassi e regolamentazioni meno severe. Allo stesso tempo, alcuni Stati asiatici, in particolare la Cina, hanno sfruttato l&#039;integrazione nel commercio mondiale per sviluppare la propria base industriale e recuperare economicamente.<br>
L&#039;agenda di politica commerciale di Trump mira quindi soprattutto a riportare le capacità produttive negli Stati Uniti e ad acuire la rivalità geopolitica con la Cina. La sua politica coniuga gli interessi neoliberali delle imprese con misure nazionaliste e protezionistiche. Questo non significa però un cambiamento radicale dell&#039;ordine economico globale. Piuttosto, si profila un inasprimento dei conflitti commerciali internazionali, mentre i problemi strutturali della disuguaglianza globale rimangono intatti.<br>
Trump resta fedele al neoliberalismo, semplicemente con uno spostamento dell&#039;accento dalla sfera globale a quella interna. Riduzioni fiscali per i/le* ricch* e le loro imprese, riduzione del debito pubblico e politica di austerità per la popolazione in generale, naturalmente con spese militari in aumento, sono il programma. Trump vuole ridurre e smantellare radicalmente lo Stato. Nel contempo vengono abolite le norme ambientali e sanitarie e il settore finanziario viene ulteriormente deregolamentato. Con la sua strategia “Make America Great Again” Trump colpisce tutti gli altri paesi, compresi quelli europei, che di fatto appartengono ai più stretti alleati degli Stati Uniti imperiali. I paesi dell&#039;UE si trovano dal 2008, dopo la crisi finanziaria globale causata da loro stessi, su una traiettoria discendente. Per salvare le proprie banche hanno dovuto accumulare enormi debiti. Per ripagarli, la popolazione viene tormentata con programmi di austerità, mentre le spese militari aumentano sempre di più. La crescita economica in Europa è in stagnazione, e il malcontento che ne deriva offre terreno fertile all&#039;estrema destra.<br>
La risposta della sinistra alle crisi sempre più complesse e ai giochi di potere geopolitici sulle spalle della popolazione in generale è nel frattempo insufficientemente complessa. La sinistra socialdemocratica si rifiuta di perseguire una vera alternativa al capitalismo. Per poter arrestare gli sviluppi pericolosi, la sinistra deve smettere di concentrarsi sul lento miglioramento del capitalismo. Un sistema che non potrà mai nemmeno avvicinarsi a servire gli interessi della popolazione globale non va più sostenuto.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>Libero scambio o nessun commercio?</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Il commercio internazionale non deve essere considerato un male di per sé. Anche la contrapposizione tra protezionismo e libero scambio non è appropriata. Il protezionismo favorisce il capitale nazionale, mentre il libero scambio avvantaggia il capitale internazionale. In entrambi i casi i/le* perdenti* sono gli/le* stess*: i/le* lavoratori/trici*.<br>
Per raggiungere un elevato tenore di vita in tutto il mondo, garantire l&#039;accesso a tecnologie essenziali (dispositivi medici, farmaci ecc.) o semplificare la vita e il lavoro, un sistema commerciale internazionale è fondamentalmente necessario.<br>
Naturalmente lo scambio internazionale di una parte dei beni non significa che alcuni settori non possano essere completamente locali. Inoltre, determinati settori devono essere protetti dal commercio internazionale e dagli investimenti esteri, come ad esempio i servizi pubblici (energia, trasporti, acqua ecc.). Si tratta di individuare i settori per i quali il commercio rimane strategicamente vitale e di garantire una divisione internazionale del lavoro che rispetti tutt* i/le* lavoratori/trici*, indipendentemente dalla loro origine.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h3>La GISO chiede pertanto nel breve periodo:</h3></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>Chiamare a rispondere le aziende che violano i diritti umani:</strong> le aziende con sede in Svizzera che violano i diritti umani in altri paesi del mondo devono essere chiamate a rispondere e sanzionate, come previsto dall&#039;Iniziativa per multinazionali responsabili, ma anche secondo la sua nuova versione, su cui verrà presto deciso in una votazione popolare.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>Ostacoli alla concorrenza di dumping internazionale:</strong> La Svizzera deve introdurre barriere commerciali tariffarie e non tariffarie per impedire che le imprese traggano vantaggio dal libero scambio realizzando profitti a spese dei/delle* lavoratori/trici* o dell&#039;ambiente. Questi prelievi devono tener conto di quanto un&#039;impresa ha risparmiato producendo all&#039;estero in condizioni di lavoro peggiori di quelle prescritte in Svizzera. Devono essere considerati anche i costi ecologici. Qualora tali misure portino a prezzi più alti, deve essere garantito che il tenore di vita della popolazione non diminuisca.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>Trasparenza nei negoziati e democratizzazione del processo decisionale:</strong> È inaccettabile che i negoziati sulla politica commerciale della Svizzera si svolgano all&#039;estero senza che la popolazione ne sia informata in modo esauriente. Le questioni relative agli accordi internazionali devono essere democratizzate, e non solo al momento della decisione finale nell&#039;ambito di un referendum. I negoziati devono essere trasparenti e le autorità devono motivare le proprie posizioni e proposte decisionali. Anche le questioni relative alle condizioni di importazione, alla definizione di standard ecologici e alla loro applicazione negli accordi di libero scambio devono tenere conto dell&#039;opinione della popolazione ed essere sottoposte a referendum.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>Misure contro le delocalizzazioni e diritto di prelazione dei/delle* lavoratori/trici*:</strong> Le imprese svizzere delocalizzano ripetutamente la produzione all&#039;estero per produrre a costi inferiori. In questo modo sfruttano spesso norme di tutela più deboli per i/le* lavoratori/trici* e per l&#039;ambiente. Per contrastare queste pratiche è necessaria una serie di misure. Un&#039;imposta di uscita sul capitale e sulle imprese può impedire che capitali e imprese vengano trasferiti fuori dalla Svizzera.<br>
Non solo le imprese, ma anche il capitale svizzero partecipa allo sfruttamento internazionale dei/delle lavoratori/trici*. Il capitale che defluisce all&#039;estero di norma non viene investito a beneficio della popolazione del cosiddetto Sud globale e non ne migliora le condizioni di vita, anzi.<br>
Se un&#039;impresa dovesse comunque riuscire a delocalizzare la produzione, gli/le* ex dipendenti in Svizzera devono ricevere un diritto di prelazione sullo stabilimento produttivo in Svizzera. Lo Stato deve mettere a disposizione a tale scopo crediti a un tasso d&#039;interesse preferenziale.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>L&#039;abolizione del sistema dei brevetti:</strong> Un sistema economico egualitario non è compatibile con un sistema di brevetti che consente alle grandi imprese dominate dal capitale occidentale di realizzare profitti a spese della popolazione del cosiddetto Sud globale.<br>
I brevetti possono far sì che prodotti importanti, come ad esempio farmaci, sementi o nuove tecnologie, rimangano inaccessibili a molte persone. Al contempo creano dipendenze economiche.<br>
Le imprese del cosiddetto Sud globale, e idealmente anche gli stessi Stati, devono quindi essere in grado di produrre i beni necessari a soddisfare i bisogni fondamentali della propria popolazione. Questa produzione non può essere controllata dalle multinazionali dei centri economici.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>I servizi pubblici come beni comuni:</strong> La Svizzera deve respingere qualsiasi trattato che limiti le possibilità d&#039;azione dello Stato, ad esempio attraverso le privatizzazioni. Solo un servizio pubblico capillare e forte può difendere gli interessi dell&#039;intera popolazione. Per questo motivo la Svizzera ufficiale deve anche opporsi alle pratiche del FMI e della Banca mondiale. Queste istituzioni impongono spesso ai paesi del cosiddetto Sud globale il libero scambio e le privatizzazioni in cambio di crediti.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>Oltre il protezionismo e il libero scambio: per una socializzazione dell&#039;economia!dell&#039;economia!dell&#039;economia!dell&#039;economia!dell&#039;economia!dell&#039;economia!dell&#039;economia!dell&#039;economia!dell&#039;economia!dell&#039;economia!dell&#039;economia!dell&#039;economia!dell&#039;economia!dell&#039;economia!dell&#039;economia!</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Di fronte ai problemi odierni e alle attuali condizioni materiali, la GISO Svizzera vuole superare la contrapposizione tra protezionismo e libero scambio. L&#039;obiettivo non è né l&#039;abolizione del commercio internazionale né una completa internazionalizzazione del mercato. L&#039;obiettivo è un sistema economico democratico in cui i mezzi di produzione siano socializzati e si trovino in possesso collettivo.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>La GISO chiede pertanto nel lungo periodo:</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>Fine delle strutture (neo-)coloniali</strong>: Nessun sistema commerciale può essere giusto finché l&#039;economia internazionale si fonda su strutture (neo-)coloniali. Queste strutture continuano a consentire lo sfruttamento della periferia da parte dei centri economici. Finché esisterà una divisione internazionale del lavoro ineguale e i/le* capitalist* del cosiddetto Nord globale controlleranno la maggior parte del capitale, la situazione rimarrà inaccettabile, anche nel caso in cui vigessero standard ambientali e sociali più severi. Per questo sono necessari cambiamenti profondi: la cancellazione del debito per i paesi del cosiddetto Sud globale, &quot;riparazioni&quot; [8] finanziarie per lo sfruttamento coloniale e crimini come la schiavitù, nonché l&#039;espropriazione dei beni delle imprese del cosiddetto Nord globale presenti nel cosiddetto Sud globale.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>Sovranità alimentare: socializzazione della terra:</strong> La popolazione deve poter determinare ovunque autonomamente la propria politica agricola. L&#039;obiettivo è un&#039;agricoltura locale e rispettosa dell&#039;ambiente con filiere corte. La terra non può più essere oggetto di speculazione che arricchisce soprattutto gli/le* investitori/trici*. Deve invece essere organizzata come bene comune. L&#039;importazione di alimenti su distanze molto lunghe causa notevoli danni ecologici, non è sostenibile a lungo termine e deve quindi essere abolita.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>La fine della concorrenza distruttiva: garanzia dell&#039;accesso al mercato locale per i/le* produttori/trici* locali: </strong>Le esportazioni che mettono sotto pressione la produzione locale nei paesi economicamente più svantaggiati devono essere eliminate. Tali esportazioni ostacolano lo sviluppo economico locale autonomo e si oppongono a una cooperazione internazionale solidale. Per questo motivo i siti produttivi devono sorgere il più vicino possibile ai luoghi in cui i beni vengono anche consumati.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>La lotta per una concreta alleanza socialista internazionale:</strong> Per noi è chiaro: il commercio internazionale può essere giusto ed ecologico solo se le regioni coinvolte sono organizzate democraticamente e strutturano la propria economia in modo socialista. Il socialismo non conosce confini nazionali. Le regioni che si sono liberate dal capitalismo devono collaborare. Solo così l&#039;egemonia commerciale statunitense e in generale occidentale può essere superata e sostituita da un sistema egualitario che vada a vantaggio della classe lavoratrice.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p><strong>Fonte:</strong></p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>[1]: <a href="https://jacobin.de/artikel/globalisierung-neoliberalismus-china-trump-handelskrieg-freihandel">https://jacobin.de/artikel/globalisierung-neoliberalismus-china-trump-handelskrieg-freihandel</a></p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>[2]: <a href="https://www.rosalux.de/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrmann.pdf">https://www.rosalux.de/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrmann.pdf</a></p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>[3]: <a href="https://www.seco.admin.ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_Zusammenarbeit/Wirtschaftsbeziehungen/Freihandelsabkommen.html">https://www.seco.admin.ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_Zusammenarbeit/Wirtschaftsbeziehungen/Freihandelsabkommen.html</a></p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>[4]: <a href="https://www.seco.admin.ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_Zusammenarbeit/Wirtschaftsbeziehungen/Freihandelsabkommen/nutzung_freihandelsabkommen/fha-monitor.html">https://www.seco.admin.ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_-Zusammenarbeit/Wirtschaftsbeziehungen/Freihandelsabkommen/nutzung_freihandelsabk-ommen/fha-monitor.html</a></p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>[4]: <a href="https://www.seco.admin.ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_Zusammenarbeit/Wirtschaftsbeziehungen/Freihandelsabkommen/nutzung_freihandelsabkommen/fha-monitor.html">https://www.seco.admin.ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_Zusammenarbeit/Wirtschaftsbeziehungen/Freihandelsabkommen/nutzung_freihandelsabkommen/fha-monitor.html</a></p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>[5]: <a href="https://jacobin.de/artikel/eu-mercosur-abkommen-emily-oreilly-werner-kogler-kritik-eu-ratspraesidentschaft-freihandel">https://jacobin.de/artikel/eu-mercosur-abkommen-emily-oreilly-werner-kogler-kritik-eu-ratspraesidentschaft-freihandel</a></p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>[6]: <a href="https://www.rosalux.de/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrmann.pdf">https://www.rosalux.de/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrmann.pdf</a></p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>[7]:<a href="https://www.publiceye.ch/de/themen/rohstoffe/schweiz/rohstoff-drehscheibe">https://www.publiceye.ch/de/themen/rohstoffe/schweiz/rohstoff-drehscheibe</a><br><br>
[8]: <a href="https://www.congress.gov/bill/117th-congress/house-bill/4346">https://www.congress.gov/bill/117th-congress/house-bill/4346</a><br><br>
[8]: Una riparazione completa per il colonialismo non esiste. Una riparazione finanziaria, ad esempio sotto forma di pagamenti di riparazione, è un passo importante che può contribuire a contenere ulteriormente le strutture neocoloniali esistenti.</p></div></div>]]></description>
                        <pubDate>Tue, 09 Jun 2026 13:16:08 +0200</pubDate>
                    </item><item>
                        <title>A1-FR: Libre-échange et protectionnisme : l’exploitation mondiale à l’ère du fascisme et des crises économiques</title>
                        <link>https://amend.juso.ch/26moutier/libre-echange-et-protectionnisme-l-exploitation-mondiale-a-l-ere-du-28149</link>
                        <author></author>
                        <guid>https://amend.juso.ch/26moutier/libre-echange-et-protectionnisme-l-exploitation-mondiale-a-l-ere-du-28149</guid>
                        <description><![CDATA[<h2>Motion text</h2><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>Libre-échange et protectionnisme : l’exploitation mondiale à l’ère du fascisme et des crises économiques</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Le monde sombre dans le chaos sous nos yeux — certes sans jamais avoir été en ordre non plus. Trump terrorise le monde avec sa politique douanière qui marque un tournant majeur dans la conception générale du commerce international. Nous sommes à la fin de la deuxième vague de mondialisation néolibérale qui a déferlé sur le globe depuis les années 1980. Nous observons aujourd’hui un fossé de plus en plus grand se creuser entre les représentant·es de la mondialisation néolibérale et les partisan·es d’un néolibéralisme nationaliste et centré sur l’État. Ces deux stratégies économiques nuisent l’une comme l’autre à la classe ouvrière, car c’est dans les deux le capital qui en tire profit en bout de course.<br>
La réponse à cette déstabilisation internationale ne peut toutefois pas être une fuite en arrière. Il serait erroné de regretter le libre-échange effréné des dernières décennies avant Trump — mais c’est pourtant exactement ce que fait l’Europe en ce moment. Les États membres de l’UE et de l’AELE, dont la Suisse, s’empressent de conclure de nouveaux accords de libre-échange ou l’ont déjà fait récemment, par exemple avec les pays sud-américains du Mercosur ou avec l’Indonésie, la Chine et l’Inde. Le libre-échange libéral semble gagner du terrain même parmi les partis de gauche et les syndicats. Cette attitude ne peut toutefois pas représenter une stratégie sérieuse pour nous contre la guerre tarifaire de Trump, car nombre des problèmes actuels trouvent précisément leur origine dans ce libre-échange libéral incontrôlé des dernières décennies. L’absence totale de commerce mondial n’est pas non plus une solution pour autant. Il apparaît clairement que le modèle économique dominant doit changer fondamentalement à l’échelle mondiale. Le présent document entreprend donc de passer en revue les développements et controverses actuelles autour du libre-échange libéral et du néolibéralisme mondial pour en tirer les conclusions qui s’imposent.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>Libre-échange et protectionnisme</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>En simplifié, le libre-échange signifie l’échange de biens et de services entre pays avec le moins possible de droits de douane ou de restrictions commerciales. L’explication libérale de la nécessité apparente du libre-échange serait que tous les pays en tireraient profit s’ils se concentraient sur ce qu’ils produisent particulièrement bien et à moindre coût pour ensuite l’exporter. Cependant, la réalité est tout autre. Les grandes entreprises peuvent assez aisément délocaliser leur production vers des pays où les salaires et les autres coûts de production sont bas. C’est ainsi que le Nord global s’est désindustrialisé au cours des dernières décennies : les multinationales ont délocalisé leurs sites de production vers le Sud global ou des pays de la périphérie européenne. En bref, le libre-échange libéral signifie fondamentalement la liberté du capital. En parallèle de ce mécanisme se déploie une forte concurrence fiscale internationale, où les impôts sont tirés le plus bas possible pour attirer les entreprises et les ultra-riches vers des pays comme la Suisse, Singapour, le Panama ou des villes comme Hong Kong et Dubaï. Cette course au moins-disant entraîne des pertes fiscales massives dans de nombreux pays en permettant aux plus riches d’échapper à toute redistribution équitable en délocalisant leur capital.<a href="https://jacobin.de/artikel/globalisierung-neoliberalismus-china-trump-handelskrieg-freihandel">[1]</a><br>
La théorie du libre-échange trouve principalement son origine chez les économistes libéraux Adam Smith et David Ricardo. Elle a été formulée comme une critique du mercantilisme, la politique économique dominante en Europe entre le 16e et le 18e siècle, qui est ensuite longtemps restée la théorie politique dominante en matière de commerce. Son idée fondamentale était qu’un pays devait exporter le plus possible et importer le moins possible afin de concentrer un maximum de richesses en son propre sein.<br>
Pendant l’industrialisation, les pays européens pratiquaient un protectionnisme strict dans le but de protéger leur économie nationale de la concurrence étrangère. Les principales mesures qui caractérisent le protectionnisme sont les barrières commerciales tarifaires (droits de douane) ou non tarifaires (quotas d’importation maximale, normes minimales à respecter, etc.). Le protectionnisme était nécessaire pour pouvoir suivre le rythme de la course au progrès technologique. Des pays comme l’Allemagne, la France et les États-Unis ont misé sur des droits de douane élevés pour limiter le volume des importations britanniques et sur l’espionnage industriel pour améliorer leur propre production. Cette stratégie a perduré relativement longtemps : aux États-Unis, les droits de douane sont restés entre 35 et 50 % jusque dans les années 1950. Après la Seconde Guerre mondiale, ils ont été progressivement réduits, mais seulement après que les États-Unis soient devenus la première puissance économique mondiale. <a href="https://www.rosalux.de/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrmann.pdf">[2]</a> À titre de comparaison, dans les années 2000, les droits de douane américains sur les importations s’élevaient à environ 2 %.<br>
Vers la fin du 19e siècle, la Grande-Bretagne a été le premier pays à miser systématiquement sur le libre-échange et des droits de douane bas — mais bien seulement à un moment où sa domination économique était déjà établie. Contrairement à ce que l’on prétend souvent, les puissances coloniales du Nord global ne doivent pas leur essor économique au libre-échange en premier lieu mais plutôt à des mesures protectionnistes grâce auxquelles elles ont délibérément développé et protégé leurs industries. Historiquement, le libre-échange ne s’est généralement révélé avantageux que pour des pays qui disposaient déjà d’une économie forte et compétitive à l’échelle internationale.<br>
Dans la pratique, il est toutefois difficile de distinguer clairement le libre-échange du protectionnisme. Au contraire, ces deux stratégies se sont succédé l’une l’autre à maintes reprises au cours de l’histoire. Entre le déclenchement de la Première Guerre mondiale en 1914 et l’après-guerre, les mesures protectionnistes ont de nouveau dominé dans de nombreux pays d’Europe. La guerre, les crises économiques et l’instabilité politique ont affaibli de nombreuses économies et conduit les États à cloisonner davantage leurs marchés, la Grande-Bretagne se distinguant comme une rare exception.<br>
Cette alternance historique entre libre-échange et protectionnisme a rarement été le fruit de convictions purement idéologiques. Le facteur déterminant était généralement la question de savoir quelle stratégie permettait aux États de s’assurer la plus grande prospérité et la plus grande puissance économique dans les conditions économiques du moment.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>L’essor du néolibéralisme</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Après la Seconde Guerre mondiale, les États-Unis sont devenus la première puissance économique et ont joué un rôle central dans la mise en place d’un nouvel ordre économique international. L’ONU nouvellement créée a également souligné l’importance de la coopération internationale comme fondement de la paix et de la prospérité. Sous le mot d’ordre &quot;Plus jamais la guerre&quot;, de nombreuses formes de coopération scientifique, institutionnelle et économique ont vu le jour. Dès 1944, le Fonds monétaire international (FMI) et la Banque internationale pour la reconstruction et le développement (Banque mondiale) ont été fondés. À l’initiative des États-Unis, l’Accord général sur les tarifs douaniers et le commerce (GATT), un accord commercial international visant à libéraliser progressivement le commerce mondial, a vu le jour en 1947. L’accord prévoyait notamment la suppression des droits de douane, la réduction des quotas d’importation ainsi que l’obligation d’étendre les avantages commerciaux accordés à un pays à tous les pays signataires. L’un des points principaux en était la notion nouvelle de traitement égalitaire des produits et des entreprises étrangers et nationaux dans le commerce.<br>
À partir des années 1980, le néolibéralisme a commencé son ascension triomphale, avec parmi ses fondements la logique du libre-échange libéral mondial. Le libre-échange est devenu la norme au niveau international, inaugurant l’ère des accords de libre-échange. Mais là encore, le libre-échange n’est en aucun cas imposé partout ; il l’est seulement là où le capital trouve du profit à en tirer. Contrairement à ce qu’ils prétendent, les pays occidentaux ne cherchent donc pas à créer de la prospérité pour toutes et tous mais à garantir et renforcer leur propre hégémonie. Le GATT et différents autres cycles de négociations ont donné naissance en 1994 à l’Organisation mondiale du commerce (OMC). Depuis ce moment, tous les membres de l’OMC s’engagent à offrir à tous les mêmes réductions de droits de douane sur certains produits. C’est donc de cet accord qu’est né le libre-échange effréné tel que nous le connaissons aujourd’hui.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>L’ère des accords de libre-échange</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Outre les accords de l’OMC, les accords de libre-échange (ALE) bilatéraux et multilatéraux comptent parmi les principaux instruments du libre-échange. Il s’agit de traités de droit international conclus entre un ou plusieurs États dans le but de supprimer les barrières commerciales. La Suisse conclut généralement ses accords de libre-échange dans le cadre de l’Association européenne de libre-échange (AELE), qu’elle a cofondée dans les années 1960. Les autres membres de l’AELE sont l’Islande, la Norvège et le Liechtenstein. Outre l’accord de l’AELE et l’accord de libre-échange avec l’UE, la Suisse a actuellement 35 accords de libre-échange avec différents pays. <a href="https://www.seco.admin.ch/seco/fr/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_Zusammenarbeit/Wirtschaftsbeziehungen/Freihandelsabkommen.html">[3]</a> La Suisse prône une politique de libre-échange libérale mais cherche avant tout à protéger ses propres intérêts. C’est notamment le cas lorsqu’il s’agit d’accords de libre-échange avec des pays du Sud : ce sont généralement les riches pays industrialisés qui en profitent. Les accords en place ont permis aux entreprises suisses d’économiser plus de 2,2 milliards de francs en droits de douane potentiels pour la seule année 2023. <a href="https://www.seco.admin.ch/seco/fr/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_Zusammenarbeit/Wirtschaftsbeziehungen/Freihandelsabkommen/nutzung_freihandelsabkommen/fha-monitor.html">[4]</a> Ces &quot;économies&quot; se retrouvent ainsi en négatif dans le budget de l’autre État pour ses dépenses destinées à la collectivité. Cette somme se traduit rarement par une baisse des prix et profite principalement aux grandes entreprises. La population générale doit ainsi assister impuissante à la manière dont les actionnaires des entreprises se remplissent les poches grâce aux accords de libre-échange.<br>
En effet, la population est rarement impliquée dans les décisions concernant ce type d’accords. C’était déjà le cas lorsque Napoléon III a négocié en secret avec le Royaume-Uni en 1860, et c’est encore aujourd’hui une amère réalité. Ainsi, le document original du TISA (Trade in Services Agreement) est conservé secrètement dans un coffre-fort au Parlement européen et protégé par des droits d’auteur. Ce n’est qu’en 2014 qu’une partie du texte a été publiée par Wikileaks, et ce pour une bonne raison : la plupart de ces accords sont négociés par de grandes institutions néolibérales internationales (telles que le FMI, la Banque mondiale ou le G7), qui représentent les intérêts des capitalistes et poursuivent l’objectif clair de maximiser les profits dans le commerce mondial.<br>
Ce type de politique de libre-échange a de graves conséquences à l’échelle mondiale. L’absence de normes sociales pour les produits importés conduit les multinationales à produire dans des pays qui ne garantissent pas le respect des droits humains et où règnent des conditions de travail déplorables. Ces multinationales augmentent leurs profits sans aucun respect pour les travailleur·euses, pour finalement écouler leurs marchandises dans les pays du Nord. Les multinationales ont même le droit de poursuivre les États pour entrave au commerce, et ces attaques se multiplient de manière massive. Les tribunaux d’arbitrage qui statuent sur ces plaintes, comme par exemple le CIRDI (tribunal de la Banque mondiale), sont, en effet, conçus de sorte que seuls les Etats sont amenés à répondre aux plaintes d&#039;entreprises ou de tiers, sans possibilité pour les Etats ou les tiers d&#039;actionner les entreprises devant ces tribunaux, symbolisant la dictature des entreprises qui s’opposent aux États et aux travailleur·euses. En particulier, les frais de justice à débourser à chaque étape de la procédure représentent un montant conséquent, ce qui enjoint les Etats à renoncer aux voies de recours prévues par ces tribunaux d&#039;arbitrage, permettant ainsi aux entreprises de gagner une large majorité des procédures et de réduire les Etats au silence.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>Mercosur : des profits pour les entreprises, des risques pour les personnes et l’environnement</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>L’accord de libre-échange entre l’Union européenne et le Marché commun du Sud (Mercosur), composé de l’Argentine, de la Bolivie, du Brésil, du Paraguay et de l’Uruguay, est également au cœur des débats actuels. Aux côtés des États de l’AELE, la Suisse s’efforce également de conclure un accord de libre-échange avec les États du Mercosur. Un accord incluant la Suisse a été signé en septembre 2025.<br>
Cet accord, qui fait l’objet de négociations et de discussions depuis des années, est vivement critiqué, à juste titre, par de nombreux acteurs. 450 organisations de l’UE et du Mercosur ont donc rédigé un document de principe dans lequel elles demandent l’abandon de l’accord et une refonte en profondeur de la politique commerciale de l’UE.<br>
Au début de cette année, des manifestations ont eu lieu à Bruxelles et à Paris, mais aussi en Pologne et en Irlande. Les agriculteurs étaient en première ligne, car les réglementations environnementales européennes ainsi que les coûts de main-d’œuvre en Europe les placent dans une position de faiblesse face à la concurrence des grandes exploitations d’Amérique du Sud. Ainsi, ces accords entraîneraient des problèmes de dumping en Europe et pousseraient en même temps les pays d’Amérique du Sud à se concentrer davantage sur l’exportation de produits agricoles et de matières premières.<br>
Tout cela se fait au profit des plus riches, qui empocheraient toutes les &quot;économies&quot; rendues possibles par l’accord, aux dépens de l’État et des travailleur·euses. La qualité de vie de la population dans son ensemble, que ce soit en Europe ou en Amérique du Sud, ne serait pas améliorée par cet accord, bien au contraire : une étude de 2018 prévoit une perte de 186 000 emplois rien qu’en Argentine, dont la moitié dans l’industrie textile qui emploie avant tout des femmes. La prétendue amélioration du standard de vie ne se concrétisera sans doute pas non plus. L’Uruguay pourrait même s’attendre à une perte de 100 millions d’euros. <a href="https://jacobin.de/artikel/eu-mercosur-abkommen-emily-oreilly-werner-kogler-kritik-eu-ratspraesidentschaft-freihandel">[5]</a><br>
Cet accord renforce les structures néolibérales et accélère la désindustrialisation et l’exploitation des personnes et de la nature au sein du Mercosur. Dans les pays d’Amérique du Sud, cela entraîne une perte d’encore plus de terres des populations autochtones pour répondre aux exigences de l’industrie agroalimentaire et de l’exploitation minière.<br>
L’accord renforce la dépendance vis-à-vis des États de l’UE et de l’AELE, conduisant à l’appauvrissement de la population. Suite à la baisse des droits de douane, les États du Mercosur vont être inondés de produits importés de l’UE, affaiblissant encore davantage la production nationale et détruisant des emplois. En revanche, les grands groupes en tireront profit — dans le cadre de l’accord avec l’UE, principalement les industries automobile et textile.<br>
L’accord de libre-échange passé entre la Suisse et l’Inde en 2026 est également un cadeau fait aux grands groupes, et plus particulièrement à l’industrie pharmaceutique qui produit en Inde les matières premières nécessaires à ses médicaments car les normes environnementales y sont peu strictes et les salaires bas. Les déchets pharmaceutiques non filtrés y menacent ainsi l’approvisionnement en eau de régions entières, et ce n’est qu’un exemple parmi d’autres de la politique étrangère abusive de la Suisse.<br>
La JS Suisse rejette catégoriquement les accords de libre-échange néolibéraux qui ne servent que les intérêts du capital et ne prévoient aucun mécanisme cohérent pour la protection des personnes et de la nature.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>Mettons fin à la surexploitation du Sud global !</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>L’exploitation du Sud global est impitoyablement perpétuée par des structures néocoloniales. Dans de nombreux pays du Sud global, la production a été délocalisée dans divers secteurs qui nécessitent des technologies aujourd’hui assez peu coûteuses, par exemple l’industrie textile. Il n’en va cependant pas de même pour les produits plus coûteux : en effet, les machines et technologies requises sont trop chères, notamment en raison des prix plus élevés également pour la main-d’œuvre requise à leur fonctionnement. Ces pays sont donc contraints de produire avant tout dans des secteurs à bas salaires. Les structures néocoloniales organisent ainsi une véritable surexploitation. <a href="https://www.rosalux.de/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrmann.pdf">[6]</a><br>
Ce mécanisme s’observe de manière particulièrement flagrante dans l’extraction des matières premières : l’or, le cobalt ou le café, par exemple, sont extraits dans les pays du Sud global par des travailleuse·eurs sous-payé·es et dans des conditions de travail inhumaines. Les mines et les plantations appartiennent et/ou sont exploitées par des multinationales et entreprises du Nord global qui y récupèrent ensuite l’ensemble des bénéfices réalisés. En particulier, la Suisse joue un rôle central dans le commerce des matières premières : on estime que la part de marché mondial des entreprises suisses s’élève à 60 % pour les métaux, 50 % pour les céréales, 40 % pour le sucre et 35 % pour le pétrole. <a href="https://www.publiceye.ch/fr/thematiques/matieres-premieres/la-suisse-et-la-malediction-des-ressources/plaque-tournante-des-matieres-premieres">[7]</a> Pratiquement aucune de ces matières premières à l’exception de l’or ne passe cependant jamais par la Suisse.<br>
En Suisse aussi, les partis bourgeois prônent hypocritement le libre-échange dans la stricte mesure où il leur est profitable. En revanche, le discours change du tout au tout lorsqu’il s’agit par exemple des droits de propriété intellectuelle. Les brevets sur les médicaments empêchent la production de génériques bon marché, ce dont les grands groupes pharmaceutiques comme Novartis et Roche profitent largement. Ils peuvent ainsi fixer des prix exorbitants qui rendent par la même leurs produits inabordables dans les pays du Sud global.<br>
Dans le domaine agricole aussi, cette politique a des conséquences désastreuses : la Suisse protège les grands groupes agroalimentaires qui ont fait breveter des milliers de variations génétiques naturelles de semences, mettant ainsi en péril la sécurité alimentaire mondiale. De plus, les accords de libre-échange provoquent souvent des dommages considérables à l’environnement — tout en entravant la mise en place de normes de protection efficaces, car elles réduiraient considérablement les profits des grands groupes.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>Le trumpisme est un néolibéralisme</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>Le trumpisme, visage saillant de l&#039;impérialisme étasunien</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Assistant à la guerre des droits de douane lancée par le gouvernement Trump, certain·es observatrice·eurs ont crié à la fin du néolibéralisme et du libre-échange mondialisé. Or, si le gouvernement Trump mène une politique commerciale fortement protectionniste, celle-ci n’a que peu à voir avec un quelconque abandon du modèle économique néolibéral. En réalité, cette stratégie relève plutôt d’une tentative de maintien de la suprématie mondiale des États-Unis.<br>
Trump et les principales·aux représentant·es du mouvement MAGA alimentent délibérément le discours selon lequel les États-Unis auraient été &quot;exploités&quot; économiquement par d’autres pays, invoquant principalement au crédit de cette thèse le montant de leurs déficits commerciaux. Ce faisant, elles et ils occultent le fait que de nombreuses entreprises américaines ont d’elles-mêmes délocalisé leur production vers des pays du Sud afin de profiter de salaires plus bas et de réglementations moins strictes. Dans le même temps, certains États asiatiques — en particulier la Chine — ont profité de leur intégration au commerce mondial pour développer leur propre base industrielle et rattraper leur retard économique.<br>
Le programme de politique commerciale de Trump vise donc avant tout à rapatrier des capacités de production aux États-Unis et à intensifier la concurrence géopolitique avec la Chine. Sa politique fait le pont entre les intérêts néolibéraux des entreprises et des mesures nationalistes et protectionnistes, sans qu’à aucun moment ceci ne signifie un changement fondamental de l’ordre économique mondial. Au contraire, cette stratégie risque seulement d’aggraver les conflits commerciaux internationaux tout en perpétuant les problèmes structurels liés aux inégalités globales.<br>
Trump reste fidèle au néolibéralisme, déplaçant simplement le centre de gravité de la sphère mondiale vers la sphère nationale. Il vise ainsi des baisses d’impôts pour les riches et leurs entreprises, une réduction de la dette publique et une politique d’austérité pour la population, le tout bien entendu accompagné d’une augmentation des dépenses militaires. Son objectif est ainsi la taille et le démantèlement pur et simple de l’État. Dans le même temps, les réglementations en matière d’environnement et de santé sont supprimées et le secteur financier est déréglementé encore davantage. Par sa stratégie &quot;Make America Great Again&quot;, Trump se met à dos tous les autres pays, y compris en Europe, qui comptent pourtant parmi les plus puissants alliés des États-Unis impérialistes. Depuis la crise financière mondiale de 2008, les pays de l’UE se trouvent de leur propre fait en perte de vitesse, ayant dû accumuler d’énormes montagnes de dettes pour sauver leurs banques. La population est depuis lors écrasée par des programmes d’austérité pour éponger ces dettes, tandis que les dépenses militaires ne cessent d’augmenter en parallèle. La croissance économique en Europe stagne, et le mécontentement qui en résulte offre un terreau fertile à l’extrême droite.<br>
La réponse de la gauche aux crises de plus en plus complexes et aux jeux de pouvoir géopolitiques menés aux dépens de la population reste quant à elle trop simpliste. La gauche social-démocrate refuse de proposer une alternative cohérente au capitalisme. Pour pouvoir mettre un terme à ces évolutions dangereuses, la gauche doit cesser de se concentrer sur une amélioration progressive du capitalisme. Il ne faut plus soutenir un système qui ne pourra jamais de près ou de loin servir les intérêts de la population mondiale.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>Libre-échange ou pas d’échange ?</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Le commerce international ne doit pas être considéré comme un mal en soi. L’opposition entre protectionnisme et libre-échange n’est pas non plus pertinente. Le protectionnisme favorise le capital national, tandis que le libre-échange profite au capital international. Dans les deux cas, ce sont les mêmes qui y perdent : les travailleuses et les travailleurs.<br>
Un système commercial international est fondamentalement nécessaire pour permettre un niveau de vie élevé dans le monde entier, garantir l’accès aux technologies vitales (appareils médicaux, médicaments, etc.) ou encore faciliter la vie et le travail.<br>
Pratiquer les échanges internationaux pour une partie des biens n’empêche par ailleurs aucun secteur d’être entièrement local. De plus, certains secteurs doivent être protégés du commerce international et des investissements étrangers, comme par exemple les services publics (énergie, transports, eau, etc.). Il s’agit de déterminer dans quels secteurs ce commerce reste stratégique et vital et de garantir une division internationale du travail qui respecte tous les travailleur·euses quelle que soit leur origine.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h3>La JS demande donc à court terme :</h3></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li>Pas d&#039;accords commerciaux avec des États qui violent les droits humains et/ou le droit international : La Suisse doit mettre fin à toute négociation commerciale et résilier ses accords avec des États qui ne respectent pas ces droits. Il convient donc de mener systématiquement des études objectives au préalable sur les États susceptibles de violer les droits humains et/ou le droit international.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>Tenir responsables les entreprises qui violent les droits humains : L</strong>es entreprises ayant leur siège en Suisse qui violent les droits humains dans d’autres pays du monde doivent être tenues pour responsables et sanctionnées — comme le demandait l’initiative pour des multinationales responsables, mais aussi sa nouvelle version qui fera prochainement l’objet d’un référendum.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>Des barrières contre la course internationale au dumping:</strong> La Suisse doit mettre en place des barrières commerciales tarifaires et non tarifaires pour empêcher les entreprises de profiter du libre-échange en réalisant des bénéfices au détriment des travailleur·euses ou de l’environnement. Ces taxes doivent prendre en compte les économies réalisées par une entreprise du fait de la délocalisation de sa production à l’étranger dans des conditions de travail moins favorables que celles requises en Suisse. Les coûts environnementaux doivent également être pris en compte. Si ces mesures entraînent une hausse des prix, il est nécessaire de garantir que le niveau de vie de la population ne chute pas en conséquence.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>La transparence dans les négociations et la démocratisation du processus décisionnel:</strong> Il est inacceptable que les négociations sur la politique commerciale de la Suisse se déroulent à l’étranger sans que la population en soit pleinement informée. Les questions relatives aux accords internationaux doivent être démocratisées, et ce bien en amont des décisions finales sous forme de référendums. Les négociations doivent être transparentes et les autorités doivent justifier leurs positions et les décisions qu’elles proposent. Les questions relatives aux conditions d’importation, à la définition de normes écologiques et à leur respect dans les accords de libre-échange doivent également tenir compte de l’avis de la population et être soumises au référendum.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>Des mesures contre les délocalisations et un droit de préemption des travailleur·euses:</strong> Les entreprises suisses délocalisent régulièrement leur production à l’étranger afin d’en réduire les coûts. Elles profitent généralement pour ce faire de règles moins strictes de protection des travailleur·euses et de l’environnement. Il est nécessaire de déployer une série de mesures pour lutter contre ces pratiques. Un impôt de sortie sur le capital et les entreprises peut par exemple empêcher le retrait de capitaux et d’entreprises de Suisse.<br>
En effet, ce ne sont pas seulement les entreprises mais aussi les capitaux suisses qui participent à l’exploitation internationale des travailleur·euses. Les capitaux qui fuient à l’étranger ne sont généralement pas investis pour le bien-être ou l’amélioration des conditions de vie des populations du Sud global, bien au contraire.<br>
Si une entreprise parvient néanmoins à délocaliser sa production, les ancien·nes employé·es en Suisse doivent bénéficier d’un droit de préemption sur le site de production en Suisse. L’État doit mettre à disposition des crédits à taux préférentiel dans ce but.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>L&#039;abolition du système des brevets:</strong> Un système économique égalitaire n’est pas compatible avec un système de brevets qui permet à de grandes entreprises dominées par le capital occidental de réaliser des profits au détriment des populations du Sud global.<br>
Les brevets peuvent avoir pour conséquence que des produits essentiels comme des médicaments, des semences ou de nouvelles technologies restent inaccessibles pour de nombreuses personnes, tout en créant des dépendances économiques en parallèle.<br>
Les entreprises et idéalement les États du Sud global eux-mêmes doivent donc être en mesure de produire les biens nécessaires pour répondre aux besoins fondamentaux de leur population. Cette production ne doit pas être contrôlée par des multinationales issues des régions de concentration économique.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>Les services publics en tant que biens communs: </strong>La Suisse doit rejeter tout accord qui restreindrait la marge de manœuvre de l’État, par exemple par le biais de privatisations. Seul un service public solide et couvrant l’ensemble du territoire peut défendre les intérêts de l’ensemble de la population. C’est pourquoi les autorités suisses doivent également s’opposer formellement aux pratiques du FMI et de la Banque mondiale, qui imposent souvent le libre-échange et les privatisations aux pays du Sud global en échange de crédits.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>Au-delà du protectionnisme et du libre-échange : pour une socialisation de l’économie !</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Face aux problèmes et aux conditions matérielles actuelles, la JS Suisse souhaite proposer une sortie de l’opposition entre protectionnisme et libre-échange. L’objectif n’est ni la suppression du commerce international ni une internationalisation totale du marché, mais un système économique démocratique dans lequel les moyens de production sont socialisés et détenus collectivement.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h3>La JS Suisse revendique donc à long terme :</h3></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>La fin des structures (néo-)coloniales:</strong> Aucun système commercial ne peut être équitable tant que l’économie internationale repose sur des structures (néo-)coloniales. Ces structures continuent de permettre l’exploitation de la périphérie par les centres économiques. La situation restera inacceptable tant que la division du travail à l’échelle internationale demeurera inégale et que les capitalistes du Nord global contrôleront la majeure partie du capital, et ce même si des normes environnementales et sociales plus strictes sont appliquées. C’est pourquoi des changements profonds sont nécessaires, en commençant par l’annulation de la dette des pays du Sud et des &quot;réparations&quot;[8] financières pour l’exploitation coloniale et les crimes comme l’esclavage, ainsi que l’expropriation des actifs des entreprises du Nord global dans le Sud global.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>La souveraineté alimentaire : pour la socialisation des terres:</strong> La population doit partout pouvoir déterminer elle-même sa politique agricole. L’objectif est de construire une agriculture locale et respectueuse de l’environnement, avec des circuits de distribution courts. La terre ne doit plus être un objet de spéculation utilisé avant tout pour enrichir des investisseur·euses. Elle doit au contraire être organisée comme un bien commun. L’importation de denrées alimentaires sur de très longues distances provoque des dommages écologiques considérables, n’est pas viable à long terme et doit donc être supprimée.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>La fin de la concurrence destructrice — pour une garantie de l’accès au marché local pour les producteur·ices local·es:</strong> Il faut en finir avec les exportations qui écartent ou mettent sous pression la production locale dans les pays économiquement défavorisés. Ces exportations entravent le développement économique local autonome et font obstacle à une coopération internationale solidaire. Les sites de production doivent donc être implantés aussi près que possible des lieux où les biens sont consommés.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>La lutte pour une alliance socialiste internationale concrète:</strong> Il nous apparaît clairement que le commerce international ne peut être juste et écologique que si toutes les régions concernées s’organisent démocratiquement et conçoivent leur économie de manière socialiste. Le socialisme ne connaît pas de frontières nationales. Les régions qui se sont libérées du capitalisme doivent coopérer. C’est seulement ainsi que nous parviendrons à surmonter l’hégémonie commerciale étasunienne et occidentale en général et à la remplacer par un système égalitaire qui profite à la classe travailleuse.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>[1]: <a href="https://jacobin.de/artikel/globalisierung-neoliberalismus-china-trump-handelskrieg-freihandel">https://jacobin.de/artikel/globalisierung-neoliberalismus-china-trump-handelskrieg-freihandel</a></p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>[2]: <a href="https://www.rosalux.de/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrmann.pdf">https://www.rosalux.de/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrmann.pdf</a></p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>[3]: <a href="https://www.seco.admin.ch/seco/fr/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_Zusammenarbeit/Wirtschaftsbeziehungen/Freihandelsabkommen.html">https://www.seco.admin.ch/seco/fr/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/fr/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/fr/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/fr/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/fr/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/fr/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/fr/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/fr/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/fr/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/fr/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/fr/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/fr/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_Zusammenarbeit/Wirtschaftsbeziehungen/Freihandelsabkommen.html</a></p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>[4]: <a href="https://www.seco.admin.ch/seco/fr/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_Zusammenarbeit/Wirtschaftsbeziehungen/Freihandelsabkommen/nutzung_freihandelsabkommen/fha-monitor.html">https://www.seco.admin.ch/seco/fr/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_-Zusammenarbeit/Wirtschaftsbeziehungen/Freihandelsabkommen/nutzung_freihandelsabk-ommen/fha-monitor.html</a></p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>[4]: <a href="https://www.seco.admin.ch/seco/fr/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_Zusammenarbeit/Wirtschaftsbeziehungen/Freihandelsabkommen/nutzung_freihandelsabkommen/fha-monitor.html">https://www.seco.admin.ch/seco/fr/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_Zusammenarbeit/Wirtschaftsbeziehungen/Freihandelsabkommen/nutzung_freihandelsabkommen/fha-monitor.html</a></p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>[5]: <a href="https://jacobin.de/artikel/eu-mercosur-abkommen-emily-oreilly-werner-kogler-kritik-eu-ratspraesidentschaft-freihandel">https://jacobin.de/artikel/eu-mercosur-abkommen-emily-oreilly-werner-kogler-kritik-eu-ratspraesidentschaft-freihandel</a></p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>[6]: <a href="https://www.rosalux.de/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrmann.pdf">https://www.rosalux.de/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrmann.pdf</a></p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>[7]: <a href="https://www.publiceye.ch/fr/thematiques/matieres-premieres/la-suisse-et-la-malediction-des-ressources/plaque-tournante-des-matieres-premieres">https://www.publiceye.ch/fr/thematiques/matieres-premieres/la-suisse-et-la-malediction-des-ressources/plaque-tournante-des-matieres-premieres<br><br>
[8]: Il n&#039;est pas possible d&#039;offrir une réparation totale pour le colonialisme. Une réparation financière, comme par le versement de réparations, constitue cependant une mesure importante susceptible de contribuer à réduire davantage les structures néocoloniales existantes.<br><br>
[8]: </a><a href="https://www.congress.gov/bill/117th-congress/house-bill/4346">https://www.congress.gov/bill/117th-congress/house-bill/4346</a></p></div></div>]]></description>
                        <pubDate>Tue, 09 Jun 2026 13:14:39 +0200</pubDate>
                    </item><item>
                        <title>A1-DE: Freihandel und Protektionismus: Globale Ausbeutung in Zeiten von Faschismus und Wirtschaftskrisen</title>
                        <link>https://amend.juso.ch/26moutier/freihandel-und-protektionismus-globale-ausbeutung-in-zeiten-von-fasch-17807</link>
                        <author></author>
                        <guid>https://amend.juso.ch/26moutier/freihandel-und-protektionismus-globale-ausbeutung-in-zeiten-von-fasch-17807</guid>
                        <description><![CDATA[<h2>Motion text</h2><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>Freihandel und Protektionismus: Globale Ausbeutung in Zeiten von Faschismus und Wirtschaftskrisen</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Die Welt gerät spürbar in Unordnung, obwohl sie nie in Ordnung war. Trump terrorisiert die Welt mit seiner Zollpolitik, die einen grossen Einschnitt in das breite Verständnis von internationalem Handel bedeutet. Wir befinden uns am Ende der zweiten, neoliberalen Globalisierungswelle, die seit den 1980er-Jahren über die ganze Erdkugel gerollt ist. Im Moment scheint es einen immer grösser werdenden Spagat zwischen den Vertreter*innen der neoliberalen Globalisierung und den Befürworter*innen von einem staatenbezogenen, nationalistischen Neoliberalismus zu geben. Beide wirtschaftlichen Strategien sind schädlich für die Arbeiter*innenklasse, denn schlussendlich profitiert das Kapital.<br>
Die Antwort auf diese internationale Destabilisierung kann aber keine Flucht in die Vergangenheit bedeuten. Es wäre falsch, sich den hemmungslosen Freihandel der letzten Jahrzehnte vor Trump zurückzusehnen. Genau das tut Europa aber gerade. EU und EFTA-Staaten, also auch die Schweiz, wollen fleissig neue Freihandelsabkommen abschliessen oder haben das in der jüngsten Vergangenheit bereits getan, beispielsweise mit den südamerikanischen Mercosur-Staaten, mit Indonesien, China und Indien. Auch unter linken Parteien und Gewerkschaften scheint der wirtschaftsliberale Freihandel gerade an Unterstützung zu gewinnen. Diese Haltung kann aber nicht unsere ernsthafte Strategie gegen Trumps Zollkrieg sein, denn viele aktuelle Probleme wurzeln eben genau in diesem unkontrollierten liberalen Freihandel der letzten Jahrzehnte. Auf der anderen Seite ist kein globaler Handel auch nicht sinnvoll. Klar ist, dass sich die vorherrschende Wirtschaftsform global grundlegend ändern muss. Dieses Papier versucht, die aktuellen Entwicklungen und Diskussionen rund um den liberalen Freihandel und den globalen Neoliberalismus einzuordnen, sowie entsprechende Schlüsse daraus zu ziehen.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>Freihandel und Protektionismus</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Freihandel bedeutet vereinfacht gesagt, dass Waren und Dienstleistungen zwischen Ländern möglichst ohne Zölle und Handelsbeschränkungen vertrieben werden können.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Die “Notwendigkeit” des Freihandels wird wirtschaftsliberal so erklärt, dass alle Länder davon profitieren würden, wenn sie sich darauf fokussieren, was sie besonders gut und günstig produzieren und dann exportieren könnten.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Die Wahrheit sieht aber anders aus. Konzerne können ihre Produktion ohne grosse Hindernisse in Länder verlagern, wo Löhne und weitere Produktionskosten tief sind. So wurde der sogenannte Globale Norden in den letzten Jahrzehnten deindustrialisiert: Multinationale Konzerne haben ihre Produktionsstätten in den sogenannten Globalen Süden oder in europäische Peripherieländer verlagert. Kurz gesagt: Der liberale Freihandel bedeutet grundsätzlich Freiheit für das Kapital. Gleichzeitig wütet ein internationaler Steuerwettbewerb. Mit möglichst tiefen Steuern werden Unternehmen und Superreiche von Ländern wie der Schweiz, Singapur, Panama oder Städten wie Hongkong und Dubai angelockt. Dieses “race to the bottom” sorgt in vielen Ländern für massive Steuerausfälle, weil die Reichsten mit der Verschiebung ihres Kapitals jegliche gerechte Rückverteilung verhindern können.<a href="https://jacobin.de/artikel/globalisierung-neoliberalismus-china-trump-handelskrieg-freihandel">[1]</a><br>
Die Theorie hinter dem Freihandel stammt vor allem von den wirtschaftsliberalen Ökonomen Adam Smith und David Ricardo. Sie wurde als Kritik am Merkantilismus, der damals vorherrschenden Wirtschaftspolitik in Europa zwischen dem 16. und 18. Jahrhundert, formuliert. Der Merkantilismus war lange Zeit die massgebende politische Handelstheorie. Die Grundidee war, als Land möglichst viel zu exportieren und möglichst wenig zu importieren. Das wiederum sollte dazu führen, möglichst viel Reichtum im eigenen Land zu konzentrieren.<br>
Während der Industrialisierung herrschte in den europäischen Ländern strenger Protektionismus vor. Das Ziel dieser Handelspolitik ist der Schutz der inländischen Wirtschaft vor ausländischer Konkurrenz. Als wichtigstes Mittel dafür gelten tarifäre (Zölle) oder nicht-tarifäre (Importhöchstquoten, einzuhaltende Mindeststandards, usw.) Handelshemmnisse. Der Protektionismus wurde gebraucht, um im Wettrennen des technologischen Fortschritts mithalten zu können. Länder wie Deutschland, Frankreich und die USA setzten auf hohe Zölle, um die Menge an britischen Importprodukten tief zu halten, und auf Industriespionage, um die eigene Produktion zu verbessern. Diese Strategie hielt sich relativ lange: In den USA betrugen die Zölle bis in die 1950er-Jahren zwischen 35 - 50 %. Nach dem Zweiten Weltkrieg wurden die Zölle stetig gesenkt, das passierte aber erst, nachdem die USA zur grössten weltweiten Wirtschaftsmacht aufgestiegen war.<a href="https://www.rosalux.de/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrmann.pdf">[2]</a> Zum Vergleich: In den 2000er-Jahren lagen die US-Importzölle bei ca. 2 %.<br>
Gegen Ende des 19. Jahrhunderts setzte Grossbritannien als erstes Land konsequent auf Freihandel und niedrige Zölle – allerdings auch erst zu einem Zeitpunkt, als seine wirtschaftliche Vormachtstellung bereits gefestigt war. Anders als häufig behauptet, verdankten die kolonialen Mächte im sogenannten Globalen Norden ihren wirtschaftlichen Aufstieg nicht in erster Linie dem Freihandel, sondern protektionistischen Massnahmen, mit denen sie ihre Industrien gezielt aufbauten und schützten. Freihandel erwies sich historisch meist erst dann als vorteilhaft, wenn Länder bereits über eine starke und international konkurrenzfähige Wirtschaft verfügten.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>In der Praxis lassen sich Freihandel und Protektionismus jedoch kaum klar voneinander trennen. Vielmehr lag der Schwerpunkt im Laufe der Geschichte abwechselnd bei Freihandel und Protektionismus.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Zwischen dem Ausbruch des Ersten Weltkriegs 1914 und der Zeit nach dem Zweiten Weltkrieg dominierten in vielen Ländern Europas erneut protektionistische Massnahmen. Krieg, Wirtschaftskrisen und politische Instabilität schwächten zahlreiche Volkswirtschaften und führten dazu, dass Staaten ihre Märkte stärker abschirmten – mit Grossbritannien als eine der wenigen Ausnahmen.<br>
Das historische Wechselspiel zwischen Freihandel und Protektionismus folgte dabei selten rein ideologischen Überzeugungen. Ausschlaggebend war meist die Frage, welche Strategie es Staaten erlaubte, unter den jeweiligen wirtschaftlichen Bedingungen den grössten Wohlstand und die grösste wirtschaftliche Macht zu sichern.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>Der Aufstieg vom Neoliberalismus</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Nach dem Zweiten Weltkrieg stiegen die USA zur führenden Wirtschaftsmacht auf und spielten eine zentrale Rolle beim Aufbau einer neuen internationalen Wirtschaftsordnung. Auch die neu gegründete UNO betonte die Bedeutung internationaler Kooperation als Grundlage für Frieden und Wohlstand. Unter dem Motiv „Nie wieder Krieg“ wurden zahlreiche wissenschaftliche, institutionelle und wirtschaftliche Kooperationsformen geschaffen. Schon 1944 wurden der Internationale Währungsfonds (IWF) und die Internationale Bank für Wiederaufbau und Entwicklung (Weltbank) gegründet. Auf Initiative der Vereinigten Staaten entstand 1947 das General Agreement on Tariffs and Trade (GATT), ein internationales Handelsabkommen zur schrittweisen Liberalisierung des Welthandels. Das Abkommen sah unter anderem den Abbau von Zöllen, Einschränkungen von Importquoten sowie die Pflicht, Handelsvorteile gegenüber einem Land auf alle unterzeichnenden Länder auszuweiten. Einen der Hauptpunkte stellte die neue Gleichbehandlung von ausländischen und inländischen Produkten und Unternehmen im Handel dar.<br>
Ab den 1980er-Jahren begann der Siegeszug des Neoliberalismus, wovon die Logik des liberalen globalen Freihandels ein elementarer Bestandteil ist. Der Freihandel wurde international richtungsweisend und die Ära der Freihandelsabkommen brach an. Freihandel wird aber auch hier keinesfalls überall durchgesetzt, sondern nur da eingesetzt, wo das Kapital davon profitieren kann. Den westlichen Ländern geht es entgegen der eigenen Behauptungen also nicht darum, Wohlstand für alle zu schaffen, sondern die eigene Vormachtstellung abzusichern und auszubauen. Aus dem GATT und verschiedenen weiteren Verhandlungsrunden entstand 1994 die World Trade Organisation (WTO). Alle WTO-Mitglieder verpflichten sich seither, die gleichen Reduktionen auf Zölle bestimmter Produkte für alle zu bieten. Aus diesem Vertrag entstand also der entfesselte Freihandel, wie wir ihn heute kennen.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>Die Ära der Freihandelsabkommen</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Neben den WTO-Verträgen gehören bilaterale und multilaterale Freihandelsabkommen (FHA) zu den wichtigsten Instrumenten des Freihandels. Es handelt sich dabei um völkerrechtliche Verträge zwischen einem oder mehreren Staaten mit dem Ziel, Handelshemmnisse abzubauen. Die Schweiz schliesst ihre Freihandelsabkommen meist im Rahmen der Europäischen Freihandelsassoziation (EFTA) ab, die sie in den 1960er-Jahren mitgegründet hat. Bei den restlichen EFTA-Mitgliedern handelt es sich um Island, Norwegen und Liechtenstein. Neben dem EFTA-Abkommen und dem Freihandelsabkommen mit der EU, hat die Schweiz aktuell 35 Freihandelsabkommen mit verschiedenen Ländern.<a href="https://www.seco.admin.ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_Zusammenarbeit/Wirtschaftsbeziehungen/Freihandelsabkommen.html">[3]</a> Die Schweiz predigt liberale Freihandelspolitik, will dabei aber primär die eigenen Interessen schützen. Gerade wenn es um Freihandelsabkommen mit Ländern aus dem sogenannten Globalen Süden geht, profitieren meist die reichen Industrieländer. Dank der bestehenden Abkommen haben Schweizer Unternehmen allein für das Jahr 2023 über 2,2 Milliarden Franken an potenziellen Zöllen eingespart.<a href="https://www.seco.admin.ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_Zusammenarbeit/Wirtschaftsbeziehungen/Freihandelsabkommen/nutzung_freihandelsabkommen/fha-monitor.html">[4]</a> Solche „Einsparungen“ fehlen bei der anderen Nation im Staatshaushalt für Ausgaben für die Allgemeinheit. Diese Summe schlägt sich selten in tieferen Preisen nieder und fliesst vor allem an grosse Unternehmen. Die breite Bevölkerung muss machtlos zusehen, wie sich die Unternehmensaktionär*innen dank Freihandelsabkommen ihre Taschen füllen.<br>
Tatsächlich wird die Bevölkerung selten in Entscheidungen über diese Art von Abkommen einbezogen. Das war bereits der Fall, als Napoleon III. 1860 heimlich mit dem Vereinigten Königreich verhandelte, und ist auch heute noch bittere Realität. So wird das originale Dokument des TISA (Trade in Services Agreement) geheim in einem Tresor im Europäischen Parlament aufbewahrt und durch Urheberrechte geschützt. Ein Teil des Textes wurde erst 2014 durch Wikileaks veröffentlicht. Und das aus gutem Grund: Die meisten dieser Abkommen werden von grossen internationalen neoliberalen Institutionen (wie beispielsweise IWF, WB oder G7) verhandelt, welche die Interessen der Kapitalist*innen vertreten und das klare Ziel verfolgen, im Welthandel maximale Gewinne zu erzielen.<br>
Diese Art von Freihandelspolitik zieht weltweit schwere Folgen nach sich. Die Abwesenheit von sozialpolitischen Normen für importierte Produkte führt dazu, dass multinationale Konzerne in Ländern produzieren, die Menschenrechte nicht garantieren und in denen miserable Arbeitsbedingungen herrschen. Diese multinationalen Konzerne steigern ihre Profite ohne jeglichen Respekt für die Arbeiter*innen, um schlussendlich deren Güter in den Ländern des sogenannten Globalen Nordens abzusetzen. Multinationale Konzerne haben sogar das Recht, Staaten wegen Handelshemmnissen anzuklagen. Diese Angriffe nehmen massiv zu. Die Schiedsgerichte, wie zum Beispiel das ICSID (Gericht der Weltbank), sind in der Tat so konzipiert, dass nur Staaten auf Klagen von Konzernen oder Dritten reagieren müssen, ohne dass Staaten oder Dritte die Möglichkeit haben, Konzerne vor diesen Gerichten zu verklagen. Das symbolisiert die Konzerndiktatur, die sich gegen Staaten und Arbeiter*innen stellt. Insbesondere sind die in jeder Verfahrensphase anfallenden Gerichtskosten erhebliche Beträge und zwingen die Staaten dazu, auf die von diesen Schiedsgerichten vorgesehenen Rechtsmittel zu verzichten. Dadurch gewinnen Konzerne eine große Mehrheit der Verfahren und können Staaten zum Schweigen bringen.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>Mercosur: Profite für Konzerne, Risiken für Mensch und Umwelt</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Im Zentrum der aktuellen Debatten steht auch das Freihandelsabkommen zwischen der Europäischen Union und dem Gemeinsamen Markt des Südens (Mercosur), bestehend aus Argentinien, Bolivien, Brasilien, Paraguay und Uruguay. Zusammen mit den EFTA-Staaten bemüht sich auch die Schweiz um ein Freihandelsabkommen mit den Mercosur-Staaten. Ein Abkommen unter Einbezug der Schweiz wurde im September 2025 unterzeichnet.<br>
Das Abkommen, das seit Jahren verhandelt und diskutiert wird, wird von zahlreichen Akteur*innen zu Recht heftig kritisiert. 450 Organisationen aus der EU und dem Mercosur haben deswegen ein Grundsatzpapier verfasst und forderten darin einen Stopp des Abkommens und eine grundsätzliche Überarbeitung der EU-Handelspolitik.<br>
Anfang dieses Jahres fanden in Brüssel und Paris, aber auch in Polen und Irland Demonstrationen statt. Landwirt*innen standen an vorderster Front, da die europäischen Umweltvorschriften sowie die Arbeitskosten in Europa sie gegenüber der Konkurrenz durch grosse Betriebe in Südamerika in eine schwache Position bringen. So würden diese Abkommen zu Dumpingproblemen in Europa führen und die südamerikanischen Länder gleichzeitig dazu drängen, sich weiter auf den Export von landwirtschaftlichen Produkten und Rohstoffen zu konzentrieren.<br>
Das alles zum Vorteil der Reichsten, die alle „Einsparungen“, die das Abkommen ermöglichen, auf Kosten des Staates und der Arbeiter*innen einstreichen würden. Die Lebensqualität der breiten Bevölkerung, sei es in Europa oder in Südamerika, würde dieses Abkommen wohl kaum verbessern, im Gegenteil. Eine Studie aus 2018 rechnet allein in Argentinien mit einem Verlust von 186’000 Arbeitsplätzen, die Hälfte davon in der Textilindustrie, wo vor allem Frauen beschäftigt sind. Auch die angebliche Wohlstandssteigerung wird wohl kaum eintreffen. In Uruguay könnte sogar mit einem Verlust von 100 Millionen Euro gerechnet werden.<a href="https://jacobin.de/artikel/eu-mercosur-abkommen-emily-oreilly-werner-kogler-kritik-eu-ratspraesidentschaft-freihandel">[5]</a><br>
Das Abkommen verstärkt neoliberale Strukturen, es treibt die Deindustrialisierung und die Ausbeutung von Mensch und Natur im Mercosur weiter voran. In den südamerikanischen Ländern werden indigene Bevölkerungsgruppen noch mehr Land verlieren, um den Anforderungen der Agrarindustrie und des Bergbaus gerecht zu werden.<br>
Die Abhängigkeit von den EU- und EFTA-Staaten wird verschärft, was zur Verarmung der Bevölkerung führt. Die Mercosur-Staaten werden nach den Zollsenkungen mit Importgütern aus der EU überschwemmt, was die inländische Produktion weiter schwächt und Arbeitsplätze zerstört. Auf der anderen Seite profitieren die grossen Konzerne: Im Abkommen mit der EU wäre das vor allem die Automobil- und Textilindustrie.<br>
Auch das 2026 abgeschlossene Freihandelsabkommen der Schweiz mit Indien war ein Geschenk an Grosskonzerne, namentlich an die Pharmaindustrie. Diese produziert in Indien die Basisstoffe für ihre Medikamente, da Umweltstandards und Löhne tief sind. Die Wasserversorgung von ganzen Regionen wird durch die ungefilterten Pharmaabfälle gefährdet. Das ist nur ein weiteres Beispiel für die menschenverachtende Aussenpolitik der Schweiz.<br>
Die JUSO Schweiz lehnt neoliberale Freihandelsabkommen, die nur dem Interesse des Kapitals dienen und keine konsequenten Mechanismen zum Schutz von Mensch und Natur beinhalten, entschieden ab.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>Überausbeutung des sogenannten Globalen Südens stoppen!</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Die Ausbeutung des sogenannten Globalen Südens wird durch neokoloniale Strukturen gnadenlos weitergeführt. Zwar wurde die Produktion in vielen Branchen, wo die notwendige Technologie mittlerweile vergleichsweise günstig ist, in viele dieser Länder ausgelagert, wie beispielsweise in der Textilindustrie. Bei teureren Produkten jedoch sieht es anders aus: Die Maschinen oder deren Technologien sind zu teuer, auch weil die dafür benötigte Arbeitskraft teuer ist. So sind diese Länder gezwungen, vor allem in Tieflohnsektoren zu produzieren. Neokoloniale Strukturen sorgen für eine regelrechte Überausbeutung.<a href="https://www.rosalux.de/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrmann.pdf">[6]</a><br>
Beim Rohstoffabbau wird das besonders deutlich: Beispielsweise Gold, Kobalt oder Kaffee werden in Ländern des sogenannten Globalen Südens durch Arbeiter*innen mit Niedriglöhnen und unsagbaren Arbeitsbedingungen abgebaut. Die Minen und Plantagen gehören multinationalen Konzernen im sogenannten Globalen Norden und/oder werden von Firmen aus dem sogenannten Globalen Norden vertrieben, wo dann auch der gesamte Gewinn hinfliesst. Gerade die Schweiz spielt beim Rohstoffhandel eine zentrale Rolle: Schätzungsweise beträgt der Weltmarktanteil von Schweizer Firmen bei Metallen 60 %, bei Getreide 50 %, bei Zucker und Erdöl jeweils 40 % und 35 %.<a href="https://www.publiceye.ch/de/themen/rohstoffe/schweiz/rohstoff-drehscheibe">[7]</a> Praktisch alle Rohstoffe ausser Gold kommen dabei nie in die Schweiz.<br>
Die Bürgerlichen propagieren auch in der Schweiz scheinheilig Freihandel, sofern er ihnen nützt. Wenn es aber beispielsweise um geistige Eigentumsrechte geht, sieht es wieder anders aus. Patente auf Medikamente verhindern die Produktion von günstigen Generika und davon profitieren die grossen Pharmakonzerne wie Novartis und Roche massgeblich. Sie können damit Fantasiepreise festlegen, womit ihre Produkte im sogenannten Globalen Süden unerschwinglich werden.<br>
Auch in der Landwirtschaft sind die Folgen dieser Politik verheerend: Die Schweiz schützt grosse Agrarkonzerne, die tausende natürlich vorkommende genetische Variationen von Saatgut patentieren liessen und damit die Ernährungssicherheit weltweit gefährden. Darüber hinaus bergen Freihandelsabkommen oft beträchtliche Schäden für die Umwelt. Effektive Klima- und Umweltschutzstandards werden vergebens gesucht, da diese die Profite der grossen Konzerne dezimieren würden.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>Trumpismus heisst Neoliberalismus</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Mit dem von der Trump-Regierung begonnenen Zollkrieg wurde von manchen Beobachter*innen das Ende des Neoliberalismus und des globalen Freihandels ausgerufen. Zwar verfolgt die Trump-Regierung eine stark protektionistische Handelspolitik, doch mit einer tatsächlichen Abkehr vom neoliberalen Wirtschaftsmodell hat dies wenig zu tun. Vielmehr dient diese Strategie dem Versuch, die globale Vormachtstellung der Vereinigten Staaten zu sichern.<br>
Trump und führende Vertreter*innen der MAGA-Bewegung schüren gezielt das Narrativ, die USA seien von anderen Ländern wirtschaftlich „ausgenutzt“ worden, und führen dafür vor allem Handelsdefizite an. Dabei wird ausgeblendet, dass viele US-Konzerne ihre Produktion selbst in Länder des sogenannten Globalen Südens verlagert haben, um von niedrigeren Löhnen und schwächeren Regulierungen zu profitieren. Gleichzeitig nutzten einige asiatische Staaten – insbesondere China – die Integration in den Welthandel, um ihre eigene industrielle Basis auszubauen und wirtschaftlich aufzuholen.<br>
Trumps handelspolitische Agenda zielt daher vor allem darauf ab, Produktionskapazitäten in die USA zurückzuholen und die geopolitische Konkurrenz mit China zu verschärfen. Seine Politik verbindet neoliberale Unternehmensinteressen mit nationalistischen und protektionistischen Massnahmen. Eine grundlegende Veränderung der globalen Wirtschaftsordnung bedeutet dies jedoch nicht. Vielmehr droht eine Verschärfung internationaler Handelskonflikte, während die strukturellen Probleme der globalen Ungleichheit unangetastet bleiben.<br>
Trump bleibt dem Neoliberalismus treu, einfach mit einer Verschiebung des Schwerpunkts auf die heimische statt auf die globale Sphäre. Steuersenkungen für die Reichen und ihre Unternehmen, Reduktion der Staatsschulden und Austeritätspolitik für die breite Bevölkerung, natürlich bei steigenden Rüstungsausgaben, sind Programm. Er will den Staat zusammenkürzen und regelrecht auseinandernehmen. Gleichzeitig fallen Umwelt- und Gesundheitsvorschriften weg und der Finanzsektor wird weiter dereguliert. Mit seiner “Make America Great Again”-Strategie stösst Trump alle anderen Länder vor den Kopf, auch europäische Länder, die eigentlich zu den stärksten Verbündeten der imperialen USA gehören. Die EU-Länder befinden sich seit der globalen Finanzkrise 2008 selbstverschuldet auf dem absteigenden Ast. Um ihre Banken zu retten, mussten sie enorme Schuldenberge anhäufen. Um diese zu bezwingen, wird die Bevölkerung mit Austeritätsprogrammen drangsaliert, während die Militärausgaben auf der anderen Seite aber immer stärker ansteigen. Das Wirtschaftswachstum in Europa ist stagniert, die daraus resultierende Unzufriedenheit bietet Nährboden für die extreme Rechte.<br>
Die Antwort der Linken auf die derweil immer komplexer werdenden Krisen und geopolitischen Machtspielen auf dem Rücken der breiten Bevölkerung sind derweil unterkomplex. Die sozialdemokratische Linke weigert sich, eine konsequente Alternative zum Kapitalismus zu verfolgen. Um die gefährlichen Entwicklungen aufhalten zu können, muss die Linke aufhören, sich auf die langsame Verbesserung des Kapitalismus zu fokussieren. Ein System, das niemals auch nur annähernd den Interessen der globalen Bevölkerung dienen kann, gilt es nicht länger zu stützen.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>Freihandel oder kein Handel?</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Der internationale Handel darf nicht als Übel an sich betrachtet werden. Auch die Gegenüberstellung von Protektionismus und Freihandel ist nicht geeignet. Der Protektionismus bevorzugt das nationale Kapital, währenddem der Freihandel dem internationalen Kapital zugutekommt. In beiden Fällen sind die Verlierer*innen die gleichen: die Arbeiter*innen.<br>
Um einen hohen Lebensstandard auf der ganzen Welt zu erreichen, den Zugang zu lebenswichtigen Technologien (medizinische Geräte, Medikamente usw.) zu sichern oder das Leben und die Arbeit zu vereinfachen, ist ein internationales Handelssystem grundsätzlich notwendig.<br>
Natürlich bedeutet der internationale Austausch eines Teils der Güter nicht, dass Sektoren nicht vollständig lokal sein dürfen. Zudem müssen bestimmte Sektoren vor dem internationalen Handel und ausländischen Investitionen geschützt werden, wie beispielsweise der öffentliche Dienst (Energie, Verkehr, Wasser usw.). Es geht darum, Sektoren zu bestimmen, für die der Handel strategisch und lebenswichtig bleibt, und eine internationale Arbeitsteilung zu gewährleisten, die alle Arbeiter*innen respektiert, unabhängig von ihrer Herkunft.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h3>Die JUSO fordert deshalb kurzfristig:</h3></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>Keine Handelsabkommen mit Staaten, die gegen die Menschenrechte und/oder Völkerrecht</strong><strong> verstossen:</strong> Die Schweiz muss alle Vertragsverhandlungen mit Staaten einstellen und Verträge mit Staaten beenden, welche diese Rechte missachten. In diesem Sinne müssen in Staaten, die möglicherweise gegen die Menschenrechte und/oder das Völkerrecht verstossen, vorab objektive Studien durchgeführt werden.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>Unternehmen die Menschenrechte verletzen zur Verantwortung ziehen:</strong> Unternehmen mit Sitz in der Schweiz, die in anderen Ländern der Welt Menschenrechte verletzen, müssen zur Verantwortung gezogen und sanktioniert werden, wie es die Initiative für verantwortungsvolle multinationale Unternehmen forderte, aber auch ihre neue Fassung, über die demnächst in einer Volksabstimmung entschieden wird.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>Hindernisse gegen internationalen Dumping-Wettbewerb:</strong> Die Schweiz muss tarifäre und nichttarifäre Handelshemmnisse einführen, um zu verhindern, dass Unternehmen vom Freihandel profitieren, indem sie Gewinne auf Kosten der Arbeiter*innen oder der Umwelt erzielen. Diese Abgaben müssen berücksichtigen, wie viel ein Unternehmen eingespart hat, weil es im Ausland unter schlechteren Arbeitsbedingungen als in der Schweiz vorgeschrieben produziert. Ebenso müssen die ökologischen Kosten berücksichtigt werden. Falls solche Massnahmen zu höheren Preisen führen, muss sichergestellt werden, dass der Lebensstandard der Bevölkerung nicht sinkt.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>Transparenz bei den Verhandlungen und Demokratisierung der Entscheidungsfindung: </strong>Es ist nicht hinnehmbar, dass Verhandlungen über die Handelspolitik der Schweiz im Ausland geführt werden, ohne dass die Bevölkerung umfassend darüber informiert wird. Fragen zu internationalen Abkommen müssen demokratisiert werden – und zwar nicht erst im Moment der endgültigen Entscheidung im Rahmen eines Referendums. Die Verhandlungen müssen transparent sein, und die Behörden müssen ihre Positionen und Entscheidungsvorschläge begründen. Auch Fragen zu Einfuhrbedingungen, zur Festlegung ökologischer Standards und zu deren Einhaltung in Freihandelsabkommen müssen die Meinung der Bevölkerung berücksichtigen und dem Referendum unterstellt werden.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>Massnahmen gegen Standortverlagerungen und Vorkaufsrecht der Arbeiter*innen: </strong>Immer wieder verlagern Schweizer Unternehmen ihre Produktion ins Ausland, um dort günstiger zu produzieren. Dabei nutzen sie häufig schwächere Schutzbestimmungen für Arbeiter*innen und Umwelt aus. Um solchen Praktiken entgegenzuwirken, braucht es eine Reihe von Massnahmen. Eine Wegzugssteuer für Kapital und Unternehmen kann verhindern, dass Kapital und Unternehmen aus der Schweiz abgezogen werden.<br>
Denn nicht nur Unternehmen, sondern auch Schweizer Kapital beteiligen sich an der internationalen Ausbeutung von Arbeiter*innen. Kapital, das ins Ausland abfliesst, wird in der Regel nicht zum Wohl der Bevölkerung des sogenannten Globalen Südens investiert und verbessert deren Lebensbedingungen nicht – im Gegenteil.<br>
Sollte es einem Unternehmen dennoch gelingen, seine Produktion zu verlagern, sollen die ehemaligen Arbeitnehmenden in der Schweiz ein Vorkaufsrecht auf die Produktionsstätte in der Schweiz erhalten. Der Staat soll dafür Kredite zu einem Vorzugszinssatz bereitstellen.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>Abschaffung des Patentsystems:</strong> Ein egalitäres Wirtschaftssystem ist nicht vereinbar mit einem Patentsystem, das grossen, von westlichem Kapital dominierten Unternehmen ermöglicht, Profite auf Kosten der Bevölkerung des sogenannten Globalen Südens zu erzielen.<br>
Patente können dazu führen, dass wichtige Produkte, wie zum Beispiel Medikamente, Saatgut oder neue Technologien, für viele Menschen unzugänglich bleiben. Gleichzeitig schaffen sie wirtschaftliche Abhängigkeiten.<br>
Unternehmen im sogenannten Globalen Süden – und idealerweise auch die Staaten selbst – müssen deshalb in der Lage sein, die Güter zu produzieren, die für die grundlegenden Bedürfnisse ihrer Bevölkerung notwendig sind. Diese Produktion darf nicht von Konzernen aus den wirtschaftlichen Zentren kontrolliert werden.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>Öffentliche Dienstleistungen als Gemeingüter:</strong> Die Schweiz muss jeden Vertrag ablehnen, der die Handlungsmöglichkeiten des Staates einschränkt, etwa durch Privatisierungen. Nur ein flächendeckender und starker öffentlicher Dienst kann die Interessen der gesamten Bevölkerung verteidigen. Deshalb muss sich die offizielle Schweiz auch gegen die Praktiken des IWF und der Weltbank stellen. Diese Institutionen zwingen Ländern des sogenannten Globalen Südens im Gegenzug für Kredite häufig Freihandel und Privatisierungen auf.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h2>Über Protektionismus und Freihandel hinaus: für eine Vergesellschaftung der Wirtschaft!</h2></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>Angesichts der heutigen Probleme und der aktuellen materiellen Bedingungen will die JUSO Schweiz die Gegenüberstellung von Protektionismus und Freihandel überwinden. Das Ziel ist weder die Abschaffung des internationalen Handels noch eine vollständige Internationalisierung des Marktes. Ziel ist ein demokratisches Wirtschaftssystem, in dem die Produktionsmittel vergesellschaftet sind und sich im kollektiven Besitz befinden.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><h3>Die JUSO fordert deshalb langfristig:</h3></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>Beendigung der (neo-)kolonialen Strukturen:</strong> Kein Handelssystem kann gerecht sein, solange die internationale Wirtschaft auf (neo-)kolonialen Strukturen beruht. Diese Strukturen ermöglichen weiterhin die Ausbeutung der Peripherie durch die wirtschaftlichen Zentren. Solange eine ungleiche internationale Arbeitsteilung besteht und die Kapitalist*innen des sogenannten Globalen Nordens den Grossteil des Kapitals kontrollieren, bleibt die Situation inakzeptabel – selbst dann, wenn strengere Umwelt- und Sozialstandards gelten. Deshalb braucht es tiefgreifende Veränderungen: den Schuldenerlass für Länder des sogenannten Globalen Südens, finanzielle &quot;Wiedergutmachung&quot;[8] für koloniale Ausbeutung und Verbrechen wie die Sklaverei sowie die Enteignung von Vermögenswerten von Unternehmen des sogenannten Globalen Nordens im sogenannten Globalen Süden.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>Ernährungssouveränität: Vergesellschaftung des Bodens: </strong>Die Bevölkerung muss überall ihre Landwirtschaftspolitik selbst bestimmen können. Ziel ist eine lokale und umweltfreundliche Landwirtschaft mit kurzen Vertriebswegen. Boden darf nicht länger ein Objekt der Spekulation sein, das vor allem Investor*innen bereichert. Stattdessen soll er als gemeinschaftliches Gut organisiert werden. Der Import von Lebensmitteln über sehr grosse Distanzen verursacht erhebliche ökologische Schäden, ist langfristig nicht tragbar und muss deshalb abgeschafft werden.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>Das Ende des zerstörerischen Wettbewerbs – die Garantie des Zugangs zum lokalen Markt für lokale Produzent*innen:</strong> Exporte, welche die lokale Produktion in wirtschaftlich schlechter gestellten Ländern verdrängen oder unter Druck setzen, müssen beendet werden. Solche Exporte behindern die lokale eigenständige wirtschaftliche Entwicklung und stehen einer solidarischen internationalen Zusammenarbeit entgegen. Deshalb müssen Produktionsstätten möglichst nahe an den Orten entstehen, an denen die Güter auch konsumiert werden.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><ul><li><strong>Der Kampf für ein konkretes internationales sozialistisches Bündnis:</strong> Für uns ist klar: Internationaler Handel kann nur dann gerecht und ökologisch sein, wenn die beteiligten Regionen demokratisch organisiert sind und ihre Wirtschaft sozialistisch gestalten. Der Sozialismus kennt keine nationalen Grenzen. Regionen, die sich vom Kapitalismus befreit haben, müssen zusammenarbeiten. Nur so kann die US-amerikanische und allgemein westliche Handelshegemonie überwunden und durch ein egalitäres System ersetzt werden, das der Arbeiter*innenklasse zugutekommt.</li></ul></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>[1]: <a href="https://jacobin.de/artikel/globalisierung-neoliberalismus-china-trump-handelskrieg-freihandel">https://jacobin.de/artikel/globalisierung-neoliberalismus-china-trump-handelskrieg-freihandel</a></p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>[2]: <a href="https://www.rosalux.de/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrmann.pdf">https://www.rosalux.de/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrmann.pdf</a></p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>[3]: <a href="https://www.seco.admin.ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_Zusammenarbeit/Wirtschaftsbeziehungen/Freihandelsabkommen.html">https://www.seco.admin.ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_Zusammenarbeit/Wirtschaftsbeziehungen/Freihandelsabkommen.html</a></p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>[4]: <a href="https://www.seco.admin.ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_Zusammenarbeit/Wirtschaftsbeziehungen/Freihandelsabkommen/nutzung_freihandelsabkommen/fha-monitor.html">https://www.seco.admin.ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_-Zusammenarbeit/Wirtschaftsbeziehungen/Freihandelsabkommen/nutzung_freihandelsabk-ommen/fha-monitor.html</a></p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>[4]: <a href="https://www.seco.admin.ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_Zusammenarbeit/Wirtschaftsbeziehungen/Freihandelsabkommen/nutzung_freihandelsabkommen/fha-monitor.html">https://www.seco.admin.ch/seco/de/home/Aussenwirtschaftspolitik_Wirtschaftliche_Zusammenarbeit/Wirtschaftsbeziehungen/Freihandelsabkommen/nutzung_freihandelsabkommen/fha-monitor.html</a></p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>[5]: <a href="https://jacobin.de/artikel/eu-mercosur-abkommen-emily-oreilly-werner-kogler-kritik-eu-ratspraesidentschaft-freihandel">https://jacobin.de/artikel/eu-mercosur-abkommen-emily-oreilly-werner-kogler-kritik-eu-ratspraesidentschaft-freihandel</a></p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>[6]: <a href="https://www.rosalux.de/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrmann.pdf">https://www.rosalux.de/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrde/fileadmin/rls_uploads/pdfs/sonst_publikationen/TTIP_UHerrmann.pdf</a></p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>[7]: <a href="https://www.publiceye.ch/de/themen/rohstoffe/schweiz/rohstoff-drehscheibe">https://www.publiceye.ch/de/themen/rohstoffe/schweiz/rohstoff-drehscheibe<br><br>
[8]:</a> Eine vollständige Wiedergutmachung für Kolonialismus gibt es nicht. Eine finanzielle Wiedergutmachung, beispielsweise in Form von Reparationszahlungen, ist ein wichtiger Schritt, der bestehende neokoloniale Strukturen weiter eindämmen kann.</p></div></div><div class="paragraph"><div class="text motionTextFormattings fixedWidthFont"><p>[8]: <a href="https://www.congress.gov/bill/117th-congress/house-bill/4346">https://www.congress.gov/bill/117th-congress/house-bill/4346</a></p></div></div>]]></description>
                        <pubDate>Tue, 09 Jun 2026 13:06:49 +0200</pubDate>
                    </item><item>
                        <title>A1-DE-164: Freihandel und Protektionismus: Globale Ausbeutung in Zeiten von Faschismus und Wirtschaftskrisen</title>
                        <link>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/29/amendment/647</link>
                        <author>Lucie (JSF)</author>
                        <guid>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/29/amendment/647</guid>
                        <description><![CDATA[<h2>Motion text</h2><div id="section_12_0" class="paragraph lineNumbers"><h4 class="lineSummary">From line 154 to 161:</h4><div><p>anzuklagen. Diese Angriffe nehmen massiv zu. Die Schiedsgerichte, wie zum Beispiel das ICSID (Gericht der Weltbank), <del style="color:#FF0000;text-decoration:line-through;">die über diese Klagen urteilen sind zutiefst antidemokratisch und ein Symbol der Konzerndiktatur, welche sich gegen Staaten und Arbeiter*innen richtet. So sind die Prozesse wenig transparent, die Richter*innen zufällig ausgewählt und der Staat dazu gezwungen, die Prozesskosten zu tragen. Deshalb gewinnen die Konzerne fast jede ihrer Klagen und ihre Gegner*innen werden zugleich mundtot gemacht, weil sie sich keine weiteren Prozesskosten leisten können.</del><ins style="color:#008000;text-decoration:underline;">sind in der Tat so konzipiert, dass nur Staaten auf Klagen von Konzernen oder Dritten reagieren müssen, ohne dass Staaten oder Dritte die Möglichkeit haben, Konzerne vor diesen Gerichten zu verklagen. Das symbolisiert die Konzerndiktatur, die sich gegen Staaten und Arbeiter*innen stellt. Insbesondere sind die in jeder Verfahrensphase anfallenden Gerichtskosten erhebliche Beträge und zwingen die Staaten dazu, auf die von diesen Schiedsgerichten vorgesehenen Rechtsmittel zu verzichten. Dadurch gewinnen Konzerne eine große Mehrheit der Verfahren und können Staaten zum Schweigen bringen.</ins></p></div></div></section>]]></description>
                        <pubDate>Thu, 28 May 2026 08:21:00 +0200</pubDate>
                    </item><item>
                        <title>A1-IT-164 to A2-IT: Libero scambio e protezionismo: sfruttamento globale in tempi di fascismo e crisi economiche</title>
                        <link>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/643</link>
                        <author>Lucie (JSF)</author>
                        <guid>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/643</guid>
                        <description><![CDATA[<h2>Motion text</h2><div id="section_12_0" class="paragraph lineNumbers"><h4 class="lineSummary">From line 151 to 158:</h4><div><p>attacchi aumentano in modo massiccio. I tribunali arbitrali, come ad esempio l'ICSID (tribunale della Banca mondiale), <del style="color:#FF0000;text-decoration:line-through;">che giudicano queste cause sono profondamente antidemocratici e un simbolo della dittatura delle multinazionali, che si scaglia contro gli Stati e i/le* lavoratori/trici*. I processi sono poco trasparenti, i/le* giudici scelt* a caso e lo Stato costretto a sostenere le spese processuali. Per questo le multinazionali vincono quasi ogni causa e i/le* loro avversari* vengono al contempo mess* a tacere, perché non possono permettersi ulteriori spese processuali.</del><ins style="color:#008000;text-decoration:underline;">sono infatti concepiti in modo tale che solo gli Stati siano tenuti a rispondere ai reclami di imprese o di terzi, senza possibilità per gli Stati o per i terzi di citare in giudizio le imprese davanti a questi tribunali, simbolo della dittatura delle imprese che si oppongono agli Stati e alle persone lavoratrici. In particolare, le spese giudiziarie da sostenere a ogni fase della procedura rappresentano un importo considerevole, il che induce gli Stati a rinunciare alle vie di ricorso previste da questi tribunali arbitrali, permettendo così alle imprese di vincere una larga maggioranza dei procedimenti e di ridurre gli Stati al silenzio.</ins></p></div><h4 class="lineSummary">Delete from line 367 to 368:</h4><div><h2>Oltre il protezionismo e il libero scambio: per una socializzazione dell'economia!<del class="space" aria-label="Delete: "Space"">[Space]</del></h2></div></div></section>]]></description>
                        <pubDate>Mon, 25 May 2026 22:15:00 +0200</pubDate>
                    </item><item>
                        <title>A1-DE-418-ITA to A2-IT: Libero scambio e protezionismo: sfruttamento globale in tempi di fascismo e crisi economiche</title>
                        <link>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/642</link>
                        <author>Andri Meyer (Juso Solothurn)</author>
                        <guid>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/642</guid>
                        <description><![CDATA[<h2>Motion text</h2><div id="section_12_0" class="paragraph lineNumbers"><h4 class="lineSummary">Delete from line 367 to 368:</h4><div><h2>Oltre il protezionismo e il libero scambio: per una socializzazione dell'economia!<del class="space" aria-label="Delete: "Space"">[Space]</del></h2></div><h4 class="lineSummary">From line 410 to 411:</h4><div><ul><li value="1">occidentale può essere superata e sostituita da un sistema egualitario che vada a vantaggio <del style="color:#FF0000;text-decoration:line-through;">di tutte le persone</del><ins style="color:#008000;text-decoration:underline;">della classe lavoratrice</ins>.</li></ul></div></div></section><h2>Reason</h2><div class="paragraph"><div class="text"><p>Il passaggio dalla produzione capitalistica al socialismo non va a vantaggio della borghesia. Anzi, è proprio il contrario. Quindi, di fatto, non si può parlare di tutti.</p></div></div>]]></description>
                        <pubDate>Mon, 25 May 2026 22:06:00 +0200</pubDate>
                    </item><item>
                        <title>A1-DE-392-ITA to A2-IT: Libero scambio e protezionismo: sfruttamento globale in tempi di fascismo e crisi economiche</title>
                        <link>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/641</link>
                        <author>PoSa Baselland (decided on: 05/02/2026)</author>
                        <guid>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/641</guid>
                        <description><![CDATA[<h2>Motion text</h2><div id="section_12_0" class="paragraph lineNumbers"><h4 class="lineSummary">Delete from line 367 to 368:</h4><div><h2>Oltre il protezionismo e il libero scambio: per una socializzazione dell'economia!<del class="space" aria-label="Delete: "Space"">[Space]</del></h2></div><h4 class="lineSummary">From line 383 to 385:</h4><div><ul><li value="1">sociali più severi. Per questo sono necessari cambiamenti profondi: la cancellazione del debito per i paesi del Sud globale, <del style="color:#FF0000;text-decoration:line-through;">riparazioni</del><ins style="color:#008000;text-decoration:underline;">"riparazioni"</ins> finanziarie per lo sfruttamento coloniale e crimini come la schiavitù, </li></ul></div></div></section><h2>Reason</h2><div class="paragraph"><div class="text"><p>Non esiste una vera e propria riparazione per il colonialismo.</p></div></div>]]></description>
                        <pubDate>Mon, 25 May 2026 22:05:00 +0200</pubDate>
                    </item><item>
                        <title>A1-DE-380-ITA to A2-IT: Libero scambio e protezionismo: sfruttamento globale in tempi di fascismo e crisi economiche</title>
                        <link>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/640</link>
                        <author>Andri Meyer (Juso Solothurn)</author>
                        <guid>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/640</guid>
                        <description><![CDATA[<h2>Motion text</h2><div id="section_12_0" class="paragraph lineNumbers"><h4 class="lineSummary">Delete from line 367 to 368:</h4><div><h2>Oltre il protezionismo e il libero scambio: per una socializzazione dell'economia!<del class="space" aria-label="Delete: "Space"">[Space]</del></h2></div><h4 class="lineSummary">From line 372 to 374:</h4><div><p>internazionalizzazione del mercato. L'obiettivo è un sistema economico democratico in cui <del style="color:#FF0000;text-decoration:line-through;">le industrie centrali</del><ins style="color:#008000;text-decoration:underline;">i mezzi di produzione</ins> siano socializzat<del style="color:#FF0000;text-decoration:line-through;">e</del><ins style="color:#008000;text-decoration:underline;">i</ins> e si trovino in possesso collettivo.</p></div></div></section><h2>Reason</h2><div class="paragraph"><div class="text"><p>Solo la socializzazione di tutti i mezzi di produzione è in grado di superare le contraddizioni del capitalismo in generale, ma anche quelle della logica del libero scambio, così come sono state analizzate e sintetizzate in modo brillante quanto sopra.</p></div></div>]]></description>
                        <pubDate>Mon, 25 May 2026 22:02:00 +0200</pubDate>
                    </item><item>
                        <title>A1-DE-374-ITA to A2-IT: Libero scambio e protezionismo: sfruttamento globale in tempi di fascismo e crisi economiche</title>
                        <link>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/639</link>
                        <author>PoSa Baselland (decided on: 05/02/2026)</author>
                        <guid>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/639</guid>
                        <description><![CDATA[<h2>Motion text</h2><div id="section_12_0" class="paragraph lineNumbers"><h4 class="lineSummary">From line 366 to 368:</h4><div><ul class="inserted" style="color:#008000;text-decoration:underline;"><li><strong>Fine delle strutture (neo-)coloniali</strong>: Nessun sistema commerciale può essere giusto finché l&#039;economia internazionale si fonda su strutture (neo-)coloniali. Queste strutture continuano a consentire lo sfruttamento della periferia da parte dei centri economici. Finché esisterà una divisione internazionale del lavoro ineguale e i/le* capitalist* del Nord globale controlleranno la maggior parte del capitale, la situazione rimarrà inaccettabile, anche nel caso in cui vigessero standard ambientali e sociali più severi. Per questo sono necessari cambiamenti profondi: la cancellazione del debito per i paesi del Sud globale, riparazioni finanziarie per lo sfruttamento coloniale e crimini come la schiavitù, nonché l&#039;espropriazione dei beni delle imprese del Nord globale presenti nel Sud globale.</li></ul><h2>Oltre il protezionismo e il libero scambio: per una socializzazione dell'economia!<del class="space" aria-label="Delete: "Space"">[Space]</del></h2></div><h4 class="lineSummary">Delete from line 376 to 387:</h4><div><ul class="deleted" style="color:#FF0000;text-decoration:line-through;"><li value="1"><strong>Fine delle strutture (neo-)coloniali</strong>: Nessun sistema commerciale può essere giusto finché l&#039;economia internazionale si fonda su strutture (neo-)coloniali. Queste strutture continuano a consentire lo sfruttamento della periferia da parte dei centri economici. Finché esisterà una divisione internazionale del lavoro ineguale e i/le* capitalist* del Nord globale controlleranno la maggior parte del capitale, la situazione rimarrà inaccettabile, anche nel caso in cui vigessero standard ambientali e sociali più severi. Per questo sono necessari cambiamenti profondi: la cancellazione del debito per i paesi del Sud globale, riparazioni finanziarie per lo sfruttamento coloniale e crimini come la schiavitù, nonché l&#039;espropriazione dei beni delle imprese del Nord globale presenti nel Sud globale.</li></ul></div></div></section><h2>Reason</h2><div class="paragraph"><div class="text"><p>Se i punti relativi all'eliminazione delle strutture neocoloniali, alla sovranità alimentare e alla fine della concorrenza distruttiva sono indicati come misure a breve termine, l'obiettivo a lungo termine è il superamento del sistema, mentre tra le misure a breve termine sono elencate quelle che comportano una riforma del sistema attuale.</p></div></div>]]></description>
                        <pubDate>Mon, 25 May 2026 22:00:00 +0200</pubDate>
                    </item><item>
                        <title>A1-DE-353-ITA to A2-IT: Libero scambio e protezionismo: sfruttamento globale in tempi di fascismo e crisi economiche</title>
                        <link>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/638</link>
                        <author>PoSa Baselland (decided on: 05/02/2026)</author>
                        <guid>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/638</guid>
                        <description><![CDATA[<h2>Motion text</h2><div id="section_12_0" class="paragraph lineNumbers"><h4 class="lineSummary">From line 349 to 350:</h4><div><ul><li value="1"><strong><del style="color:#FF0000;text-decoration:line-through;">Una riforma globale</del><ins style="color:#008000;text-decoration:underline;">L'abolizione</ins> del sistema dei brevetti:</strong> Un sistema economico egualitario non è compatibile con un sistema di brevetti che consente alle </li></ul></div><h4 class="lineSummary">Delete from line 367 to 368:</h4><div><h2>Oltre il protezionismo e il libero scambio: per una socializzazione dell'economia!<del class="space" aria-label="Delete: "Space"">[Space]</del></h2></div></div></section><h2>Reason</h2><div class="paragraph"><div class="text"><p>Perché non abolirli?</p></div></div>]]></description>
                        <pubDate>Mon, 25 May 2026 21:57:00 +0200</pubDate>
                    </item><item>
                        <title>A1-DE-325-ITA to A2-IT: Libero scambio e protezionismo: sfruttamento globale in tempi di fascismo e crisi economiche</title>
                        <link>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/637</link>
                        <author>PoSa Baselland (decided on: 05/02/2026)</author>
                        <guid>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/637</guid>
                        <description><![CDATA[<h2>Motion text</h2><div id="section_12_0" class="paragraph lineNumbers"><h4 class="lineSummary">From line 319 to 322:</h4><div><ul><li value="1">all'estero in condizioni di lavoro peggiori di quelle prescritte in Svizzera. Devono essere considerati anche i costi ecologici. <del style="color:#FF0000;text-decoration:line-through;">Se tali misure portano a prezzi più elevati, devono essere accompagnate da un miglioramento del tenore di vita.</del><ins style="color:#008000;text-decoration:underline;">Qualora tali misure portino a prezzi più alti, deve essere garantito che il tenore di vita della popolazione non diminuisca.
</ins></li></ul></div><h4 class="lineSummary">Delete from line 367 to 368:</h4><div><h2>Oltre il protezionismo e il libero scambio: per una socializzazione dell'economia!<del class="space" aria-label="Delete: "Space"">[Space]</del></h2></div></div></section><h2>Reason</h2><div class="paragraph"><div class="text"><p>Partiamo dal presupposto che l'intenzione sia quella di compensare l'aumento dei prezzi, ad esempio, con un aumento salariale, il che significherebbe però che il tenore di vita netto rimarrebbe invariato.</p></div></div>]]></description>
                        <pubDate>Mon, 25 May 2026 21:55:00 +0200</pubDate>
                    </item><item>
                        <title>A1-DE-307-ITA to A2-IT: Libero scambio e protezionismo: sfruttamento globale in tempi di fascismo e crisi economiche</title>
                        <link>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/636</link>
                        <author>PoSa Baselland (decided on: 05/02/2026)</author>
                        <guid>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/636</guid>
                        <description><![CDATA[<h2>Motion text</h2><div id="section_12_0" class="paragraph lineNumbers"><h4 class="lineSummary">From line 306 to 313:</h4><div><ul><li value="1"><strong><del style="color:#FF0000;text-decoration:line-through;">Nessun accordo commerciale che violi i diritti umani:</del></strong><del style="color:#FF0000;text-decoration:line-through;"> La Svizzera deve interrompere tutti i negoziati contrattuali con Stati che non rispettano i diritti umani. In tal senso, negli Stati che potrebbero violare i diritti umani devono essere condotti preventivamente studi obiettivi. Allo stesso modo, le imprese con sede in Svizzera che violano i diritti umani in altri paesi del mondo devono essere ritenute responsabili e sanzionate, come richiedeva l'Iniziativa per multinazionali responsabili, ma anche nella sua nuova versione</del><ins style="color:#008000;text-decoration:underline;">Chiamare a rispondere le aziende che violano i diritti umani: le aziende con sede in Svizzera che violano i diritti umani in altri paesi del mondo devono essere chiamate a rispondere e sanzionate, come previsto dall'Iniziativa per multinazionali responsabili, ma anche secondo la sua nuova versione,</ins> su cui verrà presto deciso in una votazione popolare.</li></ul></div><h4 class="lineSummary">Delete from line 367 to 368:</h4><div><h2>Oltre il protezionismo e il libero scambio: per una socializzazione dell'economia!<del class="space" aria-label="Delete: "Space"">[Space]</del></h2></div></div></section><h2>Reason</h2><div class="paragraph"><div class="text"><p>Quali Stati violano i diritti umani e quali no? E cosa si intende per «negoziazioni sui trattati»: si tratta solo di nuovi negoziati o si intende anche sospendere i trattati attualmente in vigore?</p></div></div>]]></description>
                        <pubDate>Mon, 25 May 2026 21:50:00 +0200</pubDate>
                    </item><item>
                        <title>A1-DE-299-ITA to A2-IT: Libero scambio e protezionismo: sfruttamento globale in tempi di fascismo e crisi economiche</title>
                        <link>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/635</link>
                        <author>Andri Meyer (Juso Solothurn)</author>
                        <guid>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/635</guid>
                        <description><![CDATA[<h2>Motion text</h2><div id="section_12_0" class="paragraph lineNumbers"><h4 class="lineSummary">From line 297 to 299:</h4><div><p>Naturalmente lo scambio internazionale di una parte dei beni non significa che <del style="color:#FF0000;text-decoration:line-through;">l'agricoltura e altri</del><ins style="color:#008000;text-decoration:underline;">alcuni</ins> settori non possano essere completamente locali. Inoltre, determinati settori devono essere protetti dal commercio internazionale e dagli </p></div><h4 class="lineSummary">Delete from line 367 to 368:</h4><div><h2>Oltre il protezionismo e il libero scambio: per una socializzazione dell'economia!<del class="space" aria-label="Delete: "Space"">[Space]</del></h2></div></div></section><h2>Reason</h2><div class="paragraph"><div class="text"><p>Alla luce della crisi climatica, che renderà sterili intere regioni, l'agricoltura rappresenta un esempio troppo ottimistico, se non addirittura irrealistico, di una produzione potenzialmente esclusivamente locale.</p></div></div>]]></description>
                        <pubDate>Mon, 25 May 2026 21:46:00 +0200</pubDate>
                    </item><item>
                        <title>A1-DE-242-ITA to A2-IT: Libero scambio e protezionismo: sfruttamento globale in tempi di fascismo e crisi economiche</title>
                        <link>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/634</link>
                        <author>Andri Meyer (Juso Solothurn)</author>
                        <guid>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/634</guid>
                        <description><![CDATA[<h2>Motion text</h2><div id="section_12_0" class="paragraph lineNumbers"><h4 class="lineSummary">From line 242 to 243:</h4><div><p>Con la guerra dei dazi avviata <del style="color:#FF0000;text-decoration:line-through;">da Donald</del><ins style="color:#008000;text-decoration:underline;">dal Governo</ins> Trump, alcun* osservatori/trici* hanno proclamato la fine del neoliberalismo e del libero scambio globale. Certo, il </p></div><h4 class="lineSummary">Delete from line 367 to 368:</h4><div><h2>Oltre il protezionismo e il libero scambio: per una socializzazione dell'economia!<del class="space" aria-label="Delete: "Space"">[Space]</del></h2></div></div></section><h2>Reason</h2><div class="paragraph"><div class="text"><p>Affermare che Donald Trump abbia dato il via a questa guerra dei dazi potrebbe portare alla conclusione errata che un altro leader degli Stati Uniti avrebbe potuto gestire la situazione in modo sostanzialmente diverso e migliore. Parlare di «governo» conferisce già all’intera questione un carattere più sistemico.</p></div></div>]]></description>
                        <pubDate>Mon, 25 May 2026 21:42:00 +0200</pubDate>
                    </item><item>
                        <title>A1-DE-241-ITA to A2-IT: Libero scambio e protezionismo: sfruttamento globale in tempi di fascismo e crisi economiche</title>
                        <link>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/633</link>
                        <author>Matteo Gmür (JUSO Linth-Sarganserland)</author>
                        <guid>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/633</guid>
                        <description><![CDATA[<h2>Motion text</h2><div id="section_12_0" class="paragraph lineNumbers"><h4 class="lineSummary">From line 240 to 257:</h4><div><p class="inserted" style="color:#008000;text-decoration:underline;">Trumpismo, il volto evidente dell&#039;imperialismo statunitense</p><h2 class="deleted" style="color:#FF0000;text-decoration:line-through;">Il trumpismo è neoliberalismo</h2><p class="inserted" style="color:#008000;text-decoration:underline;">La guerra dei dazi avviata da Donald Trump può sembrare a prima vista contraria agli interessi dell&#039;imperialismo statunitense in quanto artefice dell&#039;ordine mondiale neoliberale. Eppure, il libero scambio globale e le condizioni per parteciparvi sono sempre stati costruiti in modo da servire in primo luogo l&#039;Occidente. Il focus era far retrocedere l&#039;industrializzazione dei paesi africani e tuttora impedirla attivamente. L&#039;inizio anticipato dell&#039;industrializzazione prima della fase più attiva del neoliberalismo globale ha però permesso a molti paesi asiatici di costruire un&#039;industria che è riuscita a reggere nonostante la liberalizzazione. Soprattutto la Cina, con il suo modello di capitalismo di Stato, ha costruito un&#039;industria massiccia. Con relazioni commerciali al di fuori del dollaro statunitense e una banca di sviluppo propria, la Cina rappresenta ora persino un pericolo per l&#039;egemonia degli Stati Uniti. Un mondo in cui l&#039;egemonia statunitense non trae più prevalentemente profitto dal libero scambio è un mondo in cui gli Stati Uniti si allontanano proprio da queste istituzioni. Non si tratta di una strategia nuova alla Casa Bianca, ma si è manifestata anche sotto la presidenza di Joe Biden, che ha aumentato i dazi sulla Cina decisi durante il primo mandato di Donald Trump e, con il «CHIPS and Science Act», ha deciso massicci sussidi per la produzione statale di microprocessori.<a href="https://www.congress.gov/bill/117th-congress/house-bill/4346">[8]</a> Il piano sotto Trump rimane lo stesso: riportare le capacità produttive negli Stati Uniti e inasprire la concorrenza geopolitica con la Cina. Questo intenso focus sulla Cina si manifesta anche nell&#039;allontanamento dai paesi europei, che fanno parte degli alleati più forti degli USA imperiali. La lotta degli Stati Uniti per la conservazione della propria egemonia sull&#039;economia mondiale significa infatti anche che possono dedicare meno risorse alla difesa dell&#039;interesse imperiale dell&#039;Europa, come si vede nell&#039;esempio dell&#039;Ucraina. Gli Stati Uniti si concentrano invece sempre più sull&#039;indebolimento o sul rovesciamento mirato di governi che disturbano direttamente l&#039;egemonia statunitense. Questi governi vi riescono ad esempio vendendo gran parte del loro petrolio al di fuori del sistema del dollaro statunitense, come nel caso del Venezuela o dell&#039;Iran. Ciò spiega anche l&#039;estrema pressione degli Stati Uniti, tramite la NATO, per insistere su un riarmo dell&#039;Europa, al quale gli Stati europei aderiscono volentieri. Perché il vecchio ordine mondiale, in cui gli Stati Uniti erano l&#039;unica potenza egemonica e conducevano interventi militari nel senso dell&#039;imperialismo occidentale, comincia a sgretolarsi. Per finanziare però questo massiccio riarmo in Europa, i compromessi di classe degli ultimi 100 anni vengono passo dopo passo smantellati con programmi di austerità. Sono proprio questi passi indietro e il malcontento che ne deriva a fornire il terreno fertile perfetto per l&#039;estrema destra. Soprattutto perché la sinistra socialdemocratica si rifiuta di lottare per un&#039;alternativa coerente al riarmo e alla militarizzazione della propria popolazione. Invece di mostrare quale sofferenza è derivata dal vecchio ordine mondiale e di sfruttare questo momento per una rottura con il sistema, si insiste sul diritto internazionale e sulla propria militarizzazione, aggrappandosi proprio a quest&#039;ordine. Un sistema che però non potrà mai servire, nemmeno lontanamente, gli interessi della popolazione globale non va più sostenuto, bensì rovesciato.</p><p><del style="color:#FF0000;text-decoration:line-through;">Con la guerra dei dazi avviata da Donald Trump, alcun* osservatori/trici* hanno proclamato la fine del neoliberalismo e del libero scambio globale. Certo, il governo Trump persegue una politica commerciale fortemente protezionistica, ma questo ha poco a che fare con un reale abbandono del modello economico neoliberale. Questa strategia serve piuttosto al tentativo di garantire la supremazia globale degli Stati Uniti.<br>Trump e i/le* principali esponenti del movimento MAGA alimentano deliberatamente la narrativa secondo cui gli Stati Uniti sarebbero stati “sfruttati” economicamente da altri paesi, adducendo principalmente i disavanzi commerciali come prova. Si tace però sul fatto che molte multinazionali statunitensi hanno esse stesse delocalizzato la produzione nei paesi del Sud globale per trarre vantaggio da salari più bassi e regolamentazioni meno severe. Allo stesso tempo, alcuni Stati asiatici, in particolare la Cina, hanno sfruttato l'integrazione nel commercio mondiale per sviluppare la propria base industriale e recuperare economicamente.<br></del>L'agenda di politica commerciale di Trump mira quindi soprattutto a riportare le </p></div><h4 class="lineSummary">Delete from line 367 to 368:</h4><div><h2>Oltre il protezionismo e il libero scambio: per una socializzazione dell'economia!<del class="space" aria-label="Delete: "Space"">[Space]</del></h2></div><h4 class="lineSummary">In line 430:</h4><div><p>[7]:<del class="space" aria-label="Delete: "Space"">[Space]</del><a href="https://www.publiceye.ch/de/themen/rohstoffe/schweiz/rohstoff-drehscheibe">https://www.publiceye.ch/de/themen/rohstoffe/schweiz/rohstoff-drehscheibe</a><ins style="color:#008000;text-decoration:underline;"><br><br>[8]: </ins><a href="https://www.congress.gov/bill/117th-congress/house-bill/4346"><ins style="color:#008000;text-decoration:underline;">https://www.congress.gov/bill/117th-congress/house-bill/4346</ins></a></p></div></div></section><h2>Reason</h2><div class="paragraph"><div class="text"><p>Il paragrafo precedente dava l'impressione che Trump fosse l'unico responsabile dell'isolazionismo degli Stati Uniti, invece di evidenziare che si tratta di un rafforzamento di un cambiamento già in atto a causa del crollo dell'egemonia statunitense.<br>
Inoltre, non è stato specificato in che modo i paesi asiatici siano riusciti a svilupparsi; ciò, nel contesto dell’impossibilità di industrializzazione dei paesi africani, porta a supporre che anche i paesi africani potrebbero sviluppare la propria industria attraverso la liberalizzazione, se solo lo volessero. Ciò rafforza indirettamente le narrazioni razziste e richiede quindi una spiegazione più dettagliata che impedisca questa possibile conclusione.<br>
Inoltre, non viene spiegato in modo più dettagliato perché l'Europa si stia riarmando, né viene menzionato in modo più preciso perché ciò vada a vantaggio solo dell'estrema destra. Per spiegare questo aspetto in modo più dettagliato, tuttavia, questi sforzi devono essere contestualizzati nel contesto dell'egemonia statunitense in declino e della mancanza di resistenza da parte della socialdemocrazia proprio contro questi stessi sforzi.</p></div></div>]]></description>
                        <pubDate>Mon, 25 May 2026 21:39:00 +0200</pubDate>
                    </item><item>
                        <title>A1-DE-224-ITA to A2-IT: Libero scambio e protezionismo: sfruttamento globale in tempi di fascismo e crisi economiche</title>
                        <link>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/632</link>
                        <author>PoSa Baselland (decided on: 05/02/2026)</author>
                        <guid>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/632</guid>
                        <description><![CDATA[<h2>Motion text</h2><div id="section_12_0" class="paragraph lineNumbers"><h4 class="lineSummary">From line 222 to 224:</h4><div><p>commercializzate da imprese del Nord globale, dove confluisce anche l'intero profitto. <del style="color:#FF0000;text-decoration:line-through;">La</del><ins style="color:#008000;text-decoration:underline;">Proprio la</ins> Svizzera svolge un ruolo centrale nel commercio delle materie prime: si stima che la quota di mercato mondiale delle imprese svizzere sia del </p></div><h4 class="lineSummary">Delete from line 367 to 368:</h4><div><h2>Oltre il protezionismo e il libero scambio: per una socializzazione dell'economia!<del class="space" aria-label="Delete: "Space"">[Space]</del></h2></div></div></section>]]></description>
                        <pubDate>Mon, 25 May 2026 21:28:00 +0200</pubDate>
                    </item><item>
                        <title>A1-DE-222-ITA to A2-IT: Libero scambio e protezionismo: sfruttamento globale in tempi di fascismo e crisi economiche</title>
                        <link>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/631</link>
                        <author>PoSa Baselland (decided on: 05/02/2026)</author>
                        <guid>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/631</guid>
                        <description><![CDATA[<h2>Motion text</h2><div id="section_12_0" class="paragraph lineNumbers"><h4 class="lineSummary">Insert from line 220 to 222:</h4><div><p>lavoratori/trici* con salari bassissimi e condizioni di lavoro inaccettabili. Le miniere e le piantagioni appartengono a multinazionali del <ins style="color:#008000;text-decoration:underline;">cosiddetto </ins>Nord e/o sono commercializzate da imprese del Nord globale, dove confluisce anche l'intero </p></div><h4 class="lineSummary">Delete from line 367 to 368:</h4><div><h2>Oltre il protezionismo e il libero scambio: per una socializzazione dell'economia!<del class="space" aria-label="Delete: "Space"">[Space]</del></h2></div></div></section><h2>Reason</h2><div class="paragraph"><div class="text"><p>Si tratta del cosiddetto Nord globale, non del Nord geografico,</p></div></div>]]></description>
                        <pubDate>Mon, 25 May 2026 21:26:00 +0200</pubDate>
                    </item><item>
                        <title>A1-DE-157-ITA to A2-IT: Libero scambio e protezionismo: sfruttamento globale in tempi di fascismo e crisi economiche</title>
                        <link>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/630</link>
                        <author>PoSa Baselland (decided on: 05/02/2026)</author>
                        <guid>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/630</guid>
                        <description><![CDATA[<h2>Motion text</h2><div id="section_12_0" class="paragraph lineNumbers"><h4 class="lineSummary">From line 153 to 156:</h4><div><p>profondamente antidemocratici e un simbolo della dittatura delle multinazionali, che si scaglia contro gli Stati e i/le* lavoratori/trici*. <del style="color:#FF0000;text-decoration:line-through;">I</del><ins style="color:#008000;text-decoration:underline;">In questo modo, i</ins> processi sono <del style="color:#FF0000;text-decoration:line-through;">poco trasparenti</del><ins style="color:#008000;text-decoration:underline;">opachi</ins>, i/le* giudici scelt* a caso e lo Stato costretto a sostenere le spese processuali. Per questo le multinazionali vincono quasi ogni causa e i/le* </p></div><h4 class="lineSummary">Delete from line 367 to 368:</h4><div><h2>Oltre il protezionismo e il libero scambio: per una socializzazione dell'economia!<del class="space" aria-label="Delete: "Space"">[Space]</del></h2></div></div></section><h2>Reason</h2><div class="paragraph"><div class="text"><p>Meglio stilisticamente.</p></div></div>]]></description>
                        <pubDate>Sun, 24 May 2026 16:52:00 +0200</pubDate>
                    </item><item>
                        <title>A1-DE-129-ITA to A2-IT: Libero scambio e protezionismo: sfruttamento globale in tempi di fascismo e crisi economiche</title>
                        <link>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/629</link>
                        <author>PoSa Baselland (decided on: 05/02/2026)</author>
                        <guid>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/629</guid>
                        <description><![CDATA[<h2>Motion text</h2><div id="section_12_0" class="paragraph lineNumbers"><h4 class="lineSummary">Insert from line 125 to 127:</h4><div><p>vuole innanzitutto proteggere i propri interessi. Soprattutto quando si tratta di accordi di libero scambio con paesi del <ins style="color:#008000;text-decoration:underline;">cosiddetto </ins>Sud globale, a trarne vantaggio sono per lo più i ricchi paesi industrializzati. Grazie agli accordi esistenti, le </p></div><h4 class="lineSummary">Insert from line 208 to 211:</h4><div><h2>Fermare lo sfruttamento eccessivo del <ins style="color:#008000;text-decoration:underline;">cosiddetto </ins>Sud globale!</h2><p>Lo sfruttamento del <ins style="color:#008000;text-decoration:underline;">cosiddetto </ins>Sud globale prosegue senza pietà attraverso strutture neocoloniali. Certo, in molti settori dove la tecnologia necessaria è ormai </p></div><h4 class="lineSummary">Insert from line 232 to 234:</h4><div><p>Novartis e Roche ne traggono enormi vantaggi. Possono così fissare prezzi altissimi, rendendo i loro prodotti inaccessibili nel <ins style="color:#008000;text-decoration:underline;">cosiddetto </ins>Sud globale.<br>Anche in agricoltura le conseguenze di questa politica sono devastanti: la </p></div><h4 class="lineSummary">Insert from line 251 to 253:</h4><div><p>come prova. Si tace però sul fatto che molte multinazionali statunitensi hanno esse stesse delocalizzato la produzione nei paesi del <ins style="color:#008000;text-decoration:underline;">cosiddetto </ins>Sud globale per trarre vantaggio da salari più bassi e regolamentazioni meno severe. Allo stesso tempo, </p></div><h4 class="lineSummary">Insert from line 343 to 345:</h4><div><ul><li value="1">defluisce all'estero di norma non viene investito a beneficio della popolazione del <ins style="color:#008000;text-decoration:underline;">cosiddetto </ins>Sud globale e non ne migliora le condizioni di vita, anzi.<br>Se un'impresa dovesse comunque riuscire a delocalizzare la produzione, </li></ul></div><h4 class="lineSummary">Insert from line 351 to 353:</h4><div><ul><li value="1">grandi imprese dominate dal capitale occidentale di realizzare profitti a spese della popolazione del <ins style="color:#008000;text-decoration:underline;">cosiddetto </ins>Sud globale.<br>I brevetti possono far sì che prodotti importanti, come ad esempio </li></ul></div><h4 class="lineSummary">Insert from line 355 to 357:</h4><div><ul><li value="1">persone. Al contempo creano dipendenze economiche.<br>Le imprese del <ins style="color:#008000;text-decoration:underline;">cosiddetto </ins>Sud globale, e idealmente anche gli stessi Stati, devono quindi essere in grado di produrre i beni necessari a soddisfare i bisogni </li></ul></div><h4 class="lineSummary">From line 364 to 368:</h4><div><ul><li value="1">Svizzera ufficiale deve anche opporsi alle pratiche del FMI e della Banca mondiale. Queste istituzioni impongono spesso ai paesi del <ins style="color:#008000;text-decoration:underline;">cosiddetto </ins>Sud globale il libero scambio e le privatizzazioni in cambio di crediti.</li></ul><h2>Oltre il protezionismo e il libero scambio: per una socializzazione dell'economia!<del class="space" aria-label="Delete: "Space"">[Space]</del></h2></div><h4 class="lineSummary">Insert from line 383 to 387:</h4><div><ul><li value="1">sociali più severi. Per questo sono necessari cambiamenti profondi: la cancellazione del debito per i paesi del <ins style="color:#008000;text-decoration:underline;">cosiddetto </ins>Sud globale, riparazioni finanziarie per lo sfruttamento coloniale e crimini come la schiavitù, nonché l'espropriazione dei beni delle imprese del Nord globale presenti nel <ins style="color:#008000;text-decoration:underline;">cosiddetto </ins>Sud globale.</li></ul></div></div></section><h2>Reason</h2><div class="paragraph"><div class="text"><p>Per motivi di coerenza nel testo, riteniamo che il termine «Sud del mondo» sia troppo semplicistico; da qui l’aggiunta di «cosiddetto».</p></div></div>]]></description>
                        <pubDate>Sun, 24 May 2026 16:32:00 +0200</pubDate>
                    </item><item>
                        <title>A1-DE-098-ITA to A2-IT: Libero scambio e protezionismo: sfruttamento globale in tempi di fascismo e crisi economiche</title>
                        <link>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/628</link>
                        <author>PoSa Baselland (decided on: 05/02/2026)</author>
                        <guid>https://amend.juso.ch/26moutier/motion/30/amendment/628</guid>
                        <description><![CDATA[<h2>Motion text</h2><div id="section_12_0" class="paragraph lineNumbers"><h4 class="lineSummary">Insert from line 95 to 97:</h4><div><p>fondati il Fondo monetario internazionale (FMI) e la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (Banca mondiale).<ins style="color:#008000;text-decoration:underline;"> In questo modo l'accesso al capitale fu legato all'apertura dei mercati, ponendo così le basi per un ordine economico mondiale neoliberale.</ins> Su iniziativa degli Stati Uniti nacque nel 1947 il General Agreement on Tariffs and Trade (GATT), un accordo </p></div><h4 class="lineSummary">Delete from line 367 to 368:</h4><div><h2>Oltre il protezionismo e il libero scambio: per una socializzazione dell'economia!<del class="space" aria-label="Delete: "Space"">[Space]</del></h2></div></div></section>]]></description>
                        <pubDate>Sun, 24 May 2026 16:29:00 +0200</pubDate>
                    </item></channel></rss>